
ZONE DI ACCELERAZIONE: IL NUOVO PIANO DIABOLICO CHE TRASFORMA LA SARDEGNA
Si chiamano Zone di Accelerazione. Il nome è già un indizio: accelerare tutto. Autorizzazioni, progetti, impianti, iter burocratici.
Si chiamano Zone di Accelerazione. Il nome è già un indizio: accelerare tutto. Autorizzazioni, progetti, impianti, iter burocratici. La regione Sardegna, quatta quatta, sta definendo il piano regionale di individuazione delle zone di accelerazione terrestri. Ma cosa significa? Significa che in alcune aree della Sardegna, scelte perché già industriali, già antropizzate o considerate degradate, i progetti fotovoltaici e i sistemi di accumulo potranno avanzare con procedure semplificate. E “semplificato” qui, vuol dire meno passaggi, meno vincoli, meno rallentamenti e meno margine per le opposizioni. In molti casi, ciò che avverrà è che la Valutazione di Impatto Ambientale verrà direttamente bypassata. Il parere paesaggistico perde forza, per le autorizzazioni si accorciano drasticamente i tempi e tutto si concentra su una verifica caso per caso fatta sul singolo progetto, non più su una visione complessiva del territorio. Sulla carta è transizione energetica. Nella realtà è una trasformazione rapida dello spazio fisico della Sardegna. Il piano, non è stato redatto in seguito a una programmazione fatta insieme al territorio, ma è nato dalla mappatura del GSE (gestore dei servizi energetici) e) l'assessorato all'industria. Niente pastori, niente agricoltori, niente cittadini, forse qualche sindaco. Le aziende che oggi stanno guidando la cosiddetta riconversione energetica di questi territori non sono realtà nuove. Sono, in molti casi, le stesse che per decenni hanno operato in Sardegna dentro filiere industriali altamente impattanti. Ironico, sì. Ma fino a un certo punto. Perché quello che sta avvenendo non è necessariamente una rottura con il passato, ma spesso una trasformazione dello stesso modello industriale. Cambia il prodotto, cambia il linguaggio, cambia la narrazione. Si passa dalle centrali a carbone, dalla petrolchimica alle rinnovabili. O meglio: al vecchio business si sovrappone il nuovo. Ma la logica di fondo resta quella: investimento, occupazione del territorio, infrastruttura, rendimento. L’ambiente e il territorio, ancora una volta, non sono davvero al centro della decisione. Sono il contesto. E c’è un punto ancora più delicato. Le aree definite “di accelerazione” o comunque considerate idonee o sacrificabili coincidono spesso con territori che avrebbero bisogno prima di tutto di un’altra cosa: bonifica. Terreni industriali, siti compromessi, zone già segnate da decenni di pressione ambientale. Aree che, in una sequenza logica ordinaria, dovrebbero essere prima risanate e poi eventualmente ripensate. A cade invece l’opposto: con l’arrivo dei nuovi impianti energetici si congela lo stato di degrado. Perché una volta installate infrastrutture, pannelli, sistemi di accumulo, cavi e connessioni, intervenire con operazioni strutturali di bonifica e ripristino sarà impossibile. Il risultato è una doppia contraddizione: si costruisce il “futuro verde” sopra un presente ancora inquinato, senza risolvere davvero il passato. E paradossalmente, chi ha generato quel passato, oggi può rientrare in scena con un nuovo ruolo. Quello della transizione. Con un cambio di immagine ed un nuovo business. E intanto la narrazione si regge su alcuni pilastri rassicuranti: il non consumo di suolo, l’utilizzo di superfici già impermeabilizzate, parcheggi, tetti, aree industriali. Ma nella pratica, soprattutto in Sardegna, il confine tra “area industriale”, “area agricola” e area “produttiva” è molto più labile di quanto sembri. Le aree produttive sarde non sono certo quelle lombarde o venete. L’appiattimento che causano queste definizioni non tenendo conto della diversità dei territori, sarà il vero danno. La Sardegna poi è un territorio fragile e non è un’ opinione. È la somma di dati forniti dall’Unione europea: rischio incendi elevato, aree soggette a desertificazione ed erosione e un sistema idrogeologico che reagisce in modo violento alle piogge intense. Dentro questo contesto si innestano impianti, cavi, batterie, infrastrutture energetiche. E anche se le zone vengono chiamate “già compromesse”, la verità è che ogni intervento modifica equilibri già delicati. Il punto più critico non è mai un singolo impianto. È l’effetto accumulo. Con questo piano di accelerazione, un impianto qui, uno lì, poi un altro ancora sarà la prassi. E nel frattempo il concetto di “area idonea” si espande. Le zone accelerate diventano dei precedenti. Le aree ordinarie non sono più davvero “protette”, sono solo “non ancora toccate”. tutto diventa potenzialmente trasformabile. il territorio diventa direttamente una superficie disponibile. In mezzo a tutto questo si apre un altro nodo: la partecipazione: sono stati previsti incontri pubblici aperti alla popolazione per la discussione di questo programma, A Cagliari il 16 aprile, Sassari 21 aprilee Abbasanta 23 aprile. Formalmente tutto è aperto ma la sensazione diffusa è un’altra: la discussione è arrivata solo dopo. quando la struttura del piano è già stata impostata. Il dibattito pubblico è infatti frammentato, tardivo, poco visibile. Accuratamente lasciato in sordina. Ma chi decide cosa diventa trasformabile e cosa no? Perché le scelte non riguardano solo energia ma anche e soprattutto il paesaggio, l’archeologia diffusa, il consumo di suolo, E l’identità dei luoghi. Qui, dobbiamo entrare in gioco noi! Tutti quanti a far sentire la nostra voce e far vedere che esiste un popolo sveglio e attento . Perché quello che si instaurerà sarà un sistema. Ed è questo che bisogna mettere in luce: la logica complessiva in cui le aree “compromesse” diventano punto di partenza, e da lì la trasformazione si espande per contatto, per prossimità, per accumulo. Stanno già predisponendo i territori di cavi sottomarini, trasformatori e accumuli, unicamente per esportare! All’isola non rimarrà un bel niente, mettetevelo in testa. Le centrali a carbone sono state estese fino al 2039! Non chiuderanno! E chi vi dice il contrario vi sta prendendo per il culo. Se accetteremo che le nostre terre ci vengano sottratte senza battere ciglio, è meglio che ci prepariamo al peggio. A territori in cui saremo noi gli ospiti, A paesaggi sfregiati, a bollette uguali se non più care, ma soprattutto: a smaltire pale e pannelli quando questi giungeranno a fine vita, direttamente nei terreni sotterrati: come stanno facendo negli Stati Uniti. Vi piace il green? Alla fine, la questione non è essere favorevoli o contrari alla transizione energetica. La questione è il buon senso e la coerenza : quella che viene spacciata come transizione non può avvenire nel totale flagello dell’ambiente. Non può imporsi con prepotenza nei territori : calpestando storia archeologia , biodiversità, flora e fauna. Come può definirsi questa “transizione ecologica”? Il coinvolgimento della popolazione nelle decisioni non è stato garantito né dallo Stato né dalla Regione. Lo Stato impone norme spesso poco adatte alla realtà sarda, mentre il governo regionale non ha ancora definito una pianificazione coerente condivisa con i territori. La fretta legata alle scadenze del PNRR e all’approvazione rapida dei progetti sembra aver prevalso sulla trasparenza e sulla partecipazione dei cittadini. Il piano delle zone di accelerazione rischiava infatti di passare quasi inosservato, segnale di uno scarso interesse politico verso un vero confronto pubblico. Ricordate che Molto di ciò che è sempre avvenuto in Sardegna, è anche frutto del menefreghismo e della poca partecipazione del popolo! E c’è che di questo ha aprofittato. Partecipiamo in massa e facciamo le osservazioni. La Sardegna non può rimanere in balia di chi vuole servirsi dei nostri territori, produrre energia da esportare in Sicilia e nella penisola lasciando ai sardi il solito nulla.
