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15 febbraio 2026

SASSARI SVENDE CANIGA: DALL'AGRO ALLA FABBRICA DI CARNE SENZA DIRE UNA PAROLA AI RESIDENTI

Sassari, una follia urbanistica e ambientale: nell’area di Caniga, classificata come “agro” ma abitata da migliaia di persone, sorge un allevamento intensivo da oltre duemila suini “pesanti”, ognuno sopra i 130 chili.

Sassari, una follia urbanistica e ambientale: nell’area di Caniga, classificata come “agro” ma abitata da migliaia di persone, sorge un allevamento intensivo da oltre duemila suini “pesanti”, ognuno sopra i 130 chili. L’impianto prende il posto dei vecchi capannoni dell’ex pollaio abbandonato da anni, che trasforma un pezzo di periferia, in un polo di produzione industriale della carne. A denunciare ufficialmente la situazione è il consigliere comunale Giovanni Azzena, che ha presentato un’interrogazione al sindaco di Sassari e al Consiglio comunale, chiedendo chiarimenti sull’iter autorizzativo e sui potenziali rischi per la salute pubblica, l’ambiente e il valore degli immobili della zona. Il progetto, infatti, supera la soglia dei 2.000 capi e per questo è soggetto all’Autorizzazione Integrata Ambientale prevista dal D.Lgs. 152/2006, una procedura complessa che richiede la valutazione delle Migliori Tecniche Disponibili, il controllo delle emissioni, il monitoraggio dei reflui e la verifica della compatibilità con il territorio. Il Comune partecipa alla Conferenza dei Servizi e deve esprimere pareri decisivi sull’urbanistica e sull’aspetto igienico-sanitario, ma resta da capire se l’istanza sia stata materialmente presentata allo sportello SUAPE, quale sia la fase dell’iter e quale posizione abbia assunto l’amministrazione. La preoccupazione dei residenti nasce da diversi fattori. Il primo riguarda gli odori e l’inquinamento atmosferico: un impianto di questo tipo emette ammoniaca, solfuro di idrogeno e composti volatili capaci di peggiorare in modo significativo la qualità dell’aria. Il secondo riguarda i liquami prodotti da migliaia di animali, ricchi di azoto, fosforo e ammoniaca, che devono essere gestiti con piani agronomici rigorosi per evitare la contaminazione delle falde, un rischio concreto in un territorio che già soffre problemi idrici e inquinamento ambientale diffuso. Il terzo riguarda l’impatto paesaggistico e sociale: più camion, più rumori, più infrastrutture di stoccaggio creerebbero inevitabilmente un degrado visivo e un aumento del traffico pesante, con conseguente svalutazione delle abitazioni. La contraddizione urbanistica è evidente: un’area che sulla carta viene ancora considerata “agro” è in realtà un territorio densamente abitato, con famiglie, attività agricole leggere e piccole aziende locali che nulla hanno a che vedere con le logiche dell’allevamento industriale. Accanto alle preoccupazioni ambientali e sanitarie c’è anche il tema, enorme, del benessere animale. La LAV, insieme alle associazioni LEIDAA e AV, denuncia come gli allevamenti intensivi privino i suini della luce naturale, dello spazio vitale e di ogni comportamento etologico. Gli animali vengono allevati in capannoni di cemento, ammassati tra le proprie deiezioni, spesso sottoposti a interventi dolorosi come il taglio della coda, la limatura dei denti e la castrazione senza anestesia. Le scrofe passano gran parte della vita in gabbie di gestazione dove non possono nemmeno girarsi, sviluppando lesioni, stress cronico e comportamenti stereotipati. A tutto questo si aggiunge l’uso massiccio di antibiotici necessari a contenere le infezioni tipiche degli allevamenti sovraffollati, con ricadute potenziali sulla salute umana e sull’ambiente. Il tema del consumo idrico non è secondario. Un impianto di questo tipo richiede enormi quantità d’acqua per abbeveraggio, pulizia e gestione dei capannoni, in una regione che da anni affronta crisi idriche, tattiche, ricorrenti. Destinare risorse idriche a un allevamento intensivo, in un contesto già fragile, viene considerato da molti residenti una scelta miope e insostenibile. Intanto, la mobilitazione cresce. Ciò che viene richiesto al Comune è di fermare questo progetto e promuovere invece modelli di sviluppo agricolo più etici e sostenibili. La LAV invita l’amministrazione a valutare con serietà tutte le ricadute ambientali, sanitarie e sociali e a scegliere soluzioni che mettano al centro la salute pubblica e il benessere degli animali. La domanda che arriva dai cittadini è semplice: com’è possibile che un impianto di questa portata venga progettato proprio in una zona abitata, e perché nessuno ha informato tempestivamente la popolazione? Ora tocca al Comune chiarire se l’istanza sia stata presentata, in quale fase si trovi il procedimento AIA, quali valutazioni urbanistiche siano state fatte e quali misure intenda adottare per tutelare i residenti. La decisione su questo allevamento non riguarda solo la costruzione di un impianto industriale, ma il futuro del territorio di Caniga e il modello di sviluppo che Sassari vuole scegliere per sé: un’agricoltura intensiva e ad alto impatto o un approccio più sostenibile e rispettoso di chi in quella zona vive ogni giorno. Sindaco Mascia, ha intenzione di opporsi e ascoltare i suoi cittadini, o giochiamo al gioco del silenzio?

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