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15 febbraio 2026

QUANDO LA RETORICA ECOLOGISTA DIVENTA PROPAGANDA COLONIALE: IL CASO SÈMENES

Nel 2025 l’arroganza coloniale si ripresenta in Sardegna travestita da filantropia.

Nel 2025 l’arroganza coloniale si ripresenta in Sardegna travestita da filantropia. In occasione dell’evento Sèmenes, arrivano come benefattori a spiegare ai sardi come si vive nel mondo civilizzato, come se l’isola fosse un territorio da istruire e non una terra con una storia millenaria e una dignità propria. L’attacco è su ogni fronte, e la misura della vergogna sta diventando incalcolabile. È grave che chi dovrebbe difendere il proprio territorio scelga l’inerzia davanti a progetti che sfiorano siti di valore universale ed è altrettanto grave dare spazio a interventi che umiliano una comunità. Alla Sardegna viene riservato lo sfruttamento dei territori come se fosse l’unica strada possibile. E questo modello ci viene presentato persino con la pretesa che dovremmo esserne grati. Ci raccontano una terra povera, quando invece è ricca, fin troppo ricca. Lo hanno capito tutti, tranne i sardi che continuano a cadere nel tranello di una narrativa costruita per farci percepire miseri su una terra che misera non è mai stata. Nel nord della Sardegna, a Putifigari, il paese finito sotto i riflettori per il suo patrimonio archeologico minacciato da progetti energetici, si è svolto un evento presentato come un incontro dedicato alla tutela della fauna, della biodiversità e del territorio. Atmosfera curata, relatori noti, citazioni rassicuranti, librerie coinvolte e la presenza di una figura riconoscibile come Monica Pais, vicina al mondo mediatico di Licia Colò. Tutto costruito per emanare serenità. Peccato che dietro quella cornice così perfetta si nascondesse una strategia comunicativa calibrata al millimetro per placare un territorio irritato e non abbastanza ingenuo da bersi la favola ecologista di facciata. L’evento avveniva proprio in un’area su cui incombevano, fino a pochissimi giorni prima, progetti invasivi in siti UNESCO, poi bloccati solo grazie alla pressione dei comitati anti-speculazione, alla mobilitazione mediatica e all’intervento dell’archeologa Giuseppina Tanda, che ha coinvolto direttamente l’UNESCO. Un dettaglio che l’amministrazione ha preferito seppellire sotto un tappeto narrativo fatto di buone intenzioni e faune sorridenti. Da un lato si tranquillizzava la popolazione dicendo che le aree vincolate non sarebbero state toccate, dall’altro si faceva filtrare l’idea che tanto gli impianti si sarebbero spostati “poco più in là”, come se il problema fosse la distanza in chilometri e non il modello che resta identico: colonizzazione del territorio con una patina verde. La farsa del compromesso era evidente: vi lasciamo credere di aver salvato qualcosa così potete digerire il resto. Tutto avvolto da un paternalismo quasi antropologico, come se i sardi fossero una comunità da intrattenere con la narrativa degli uccellini e dei cerbiatti per distoglierli dal fatto che i giochi veri si consumano altrove, tra uffici, progetti, investitori e telefonate. La presenza di Licia Colò e dei suoi satelliti mediatici rendeva il quadro ancora più pesante. Lei incarna la comunicazione “buona” e rassicurante, quella che un’amministrazione in difficoltà sogna di poter usare come coperta calda. Ma prestare il proprio volto, anche solo simbolicamente, significa contribuire a legittimare una transizione energetica che continua a scaricare i costi sui territori fragili, e guarda caso sempre gli stessi. E mentre si recitava la liturgia dell’ambientalismo di superficie, riaffiorava la solita narrazione tossica sulle energie rinnovabili intese come destino inevitabile. La storia delle aree “marginali” da sacrificare, quei luoghi che altrimenti resterebbero vuoti, Secondo l’ennesimo continentale sciagurato arrivato in Sardegna per spiegare ai sardi che La Sardegna, è una terra già ferita e offesa le aree militari, dopo decenni di abusi, possano magicamente trasformarsi in zone disponibili senza bonifiche né responsabilità. E poi la favola delle pale offshore che sarebbero invisibili, innocue, silenziose, e che quasi creerebbero un’oasi marina; una sparata sulla potenza “pari a due centrali nucleari”, in riferimento al progetto off-shore Med Wind. Senza precisare picco, media, continuità, programmabilità. Si prosegue poi il mito geologico delle miniere trasformate in batterie nazionali. Insomma, un copione prestampato fatto di un ottimismo che vuole essere contagioso che serve a non rispondere alle domande vere: chi decide, chi incassa e chi paga il prezzo in termini di territorio? La Sardegna viene presentata come un laboratorio dove sperimentare tutto ciò che altrove non verrebbe accettato, con la solita retorica sul progresso, convincendo i sardi che altrimenti che se ne fa di tutte quei territori vuoti, presentando il tutto come una preziosissima opportunità di sviluppo come fosse ancora il 1955. Intanto il patrimonio storico, culturale e archeologico che potrebbe generare ricchezza reale rimane ignorato. Non se ne fa alcuna menzione. In qualsiasi altro luogo europeo, luoghi come putifigari verrebbero protette e trasformate in musei, percorsi, attività imprenditoriali, ricerca, lavoro. Qui sembra esistere una sola idea: l’isola deve ospitare impianti industriali, come se questo fosse il suo destino naturale. C’è una povertà di visione talmente ostinata da diventare quasi un marchio di fabbrica. E allora la domanda è inevitabile: Comune di Putifigari perché non investite in progetti di valorizzazione del patrimonio che evidentemente non meritate? Centri culturali, attività commerciali, percorsi identitari. Investimenti che porterebbero ricchezza reale al paese, non briciole. Vi fa così schifo il vostro territorio da riuscire a immaginarlo solo come terreno da sacrificare all’industria energetica? Come se un paese antico dovesse inchinarsi davanti alle pale eoliche invece di puntare sul proprio valore. E quanto alla signora Colò, sempre pronta a professare amore per l’isola anche con turbine sullo sfondo, forse sarebbe più coerente iniziare proponendo installazioni nel proprio giardino, così, per dimostrare che l’entusiasmo non è a senso unico. Perché quando dice di amare la Sardegna “con le pale eoliche sullo sfondo”, sembra già rassegnata a un destino che i sardi non hanno scelto. E al nostro scienziato militante, come lui stesso si definisce, vorrei porre una domanda spassionata, può può chiarire quali interessi lo spingono a intervenire così attivamente sulle questioni della nostra isola?

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