
Anni di sversamenti abusivi, falde acquifere contaminate da sostanze cancerogene, smaltimento illegale di rifiuti tossici e un ingente dissipamento di fondi pubblici per opere mai
Anni di sversamenti abusivi, falde acquifere contaminate da sostanze cancerogene, smaltimento illegale di rifiuti tossici e un ingente dissipamento di fondi pubblici per opere mai realizzate. È questo il drammatico quadro della discarica di Spiritu Santu, nel territorio di Olbia, situata a ridosso di una delle zone più belle e prestigiose della Sardegna, i cui scarichi finiscono per impattare direttamente sull'area marina protetta. Una vicenda sulla quale ci stiamo concentrando da mesi, analizzando atti e documenti e collaborando con il Comitato cittadino di Murta Maria per dare voce ai residenti esposti quotidianamente all'inquinamento, mentre la stampa isolana si è ben guardata dal raccontare i due procedimenti penali in corso. Dopo oltre vent’anni di indagini, accertamenti tecnici e intercettazioni, si è finalmente arrivati a un processo d'appello e collegiale che per la prima volta mette sul piatto contestazioni estremamente gravi: inquinamento ambientale grave, frode nelle forniture pubbliche, falso ideologico e trasporto non autorizzato di rifiuti, per reati che nel loro complesso potrebbero comportare pene superiori agli otto anni di reclusione. Trattandosi di materie così complesse e di reati di tale entità, l'impianto giudiziario prevede che la causa sia assegnata a un pubblico ministero togato, un magistrato di carriera con le competenze adeguate a sostenere un'accusa così articolata. Invece, in un contesto segnato dalla costante carenza di personale, si sta verificando l'esatto contrario. A sostenere l'accusa è stato inviato un PM non togato, figura che per formazione e funzioni può occuparsi unicamente di procedimenti minori, scatenando una catena di omissioni ed errori che sta impoverendo progressivamente la tenuta dell'intero processo. Fin dalle prime battute, la gestione dell'udienza si è rivelata a dir poco imbarazzante. A fronte di una lista di dieci testimoni chiave, tra cui tre consulenti e ingegneri fondamentali per spiegare il disastro finanziario e ambientale, ne sono stati citati soltanto tre, lasciando fuori i restanti sette. Nemmeno il lavoro di semplificazione svolto dal PM precedente, che aveva catalogato due giganteschi faldoni di prove digitalizzate riducendole ai dieci elementi d'accusa più solidi per rendere la causa agile e gestibile, è servito a instradare il dibattimento. Solo poco tempo prima, il PM aveva manifestato la sua difficoltà nel studiare tutte le carte e le documentazioni del processo, che, a suo dire, era fin troppo complesso e non assimilabile in tempi brevi. Il nuovo magistrato d'aula non ha nascosto le proprie difficoltà nel domare la materia, arrivando persino a non rivolgere domande ai testi o a chiedere loro da quale capo d'imputazione preferissero cominciare. Il punto di rottura si è toccato quando i Carabinieri hanno introdotto in aula le intercettazioni telefoniche: alla legittima sorpresa del giudice, che ne chiedeva conto, il PM ha ammesso di non averle e di non esserne neppure in possesso. Di fronte a questo scenario, il giudice stesso ha dovuto rinviare l'udienza intimando alla procura di recuperare il materiale d'indagine. Durante le successive deposizioni del NOE, registrate a verbale, un militare dell'arma ha persino lanciato un grido d'allarme al microfono, supplicando di non trasformare i rinvii in tempi interminabili che rischierebbero di far scattare la prescrizione. La situazione si è fatta talmente surreale che il giudice stesso, rendendosi conto di non poter procedere su determinati reati per via dei limiti funzionali del rappresentante dell'accusa, ha disposto ufficialmente che la Procura di Tempio nominasse un PM togato. Ciononostante, all'udienza successiva si è ripresentato nuovamente il medesimo PM non togato, giustificandosi al microfono con un disarmante «Siamo in pochi». L'apice dell'impreparazione si è raggiunto con l'esame del consulente tecnico, un chimico e fisico di chiarissima fama specializzato nel rilevamento dell'inquinamento ambientale. Il PM ha iniziato rivolgendogli domande su argomenti estranei alla sua relazione e, dopo i ripetuti chiarimenti dell'esperto, è arrivato a pronunciare in aula una dichiarazione sbalorditiva per un dibattimento penale: «Io mi ero studiato solo questo. Purtroppo il resto non ho avuto modo di approfondirlo». Anni di lavoro minuzioso da parte degli investigatori, tonnellate di carte, perizie e testimonianze rischiano oggi di essere vanificati da un'estrema superficialità. Manca ormai solo un anno alla prescrizione per il reato più grave, quello di inquinamento ambientale, ed è lecito chiedersi cosa stia aspettando la Procura di Tempio a nominare un magistrato togato che prenda finalmente in mano le redini del fascicolo. Se il processo dovesse finire nel nulla, le responsabilità saranno chiare e tracciabili, ma la speranza rimane quella che la magistratura si ravveda tempestivamente per restituire giustizia e tutela al territorio e ai suoi cittadini.
Commenti
Una PEC; diretta al Ministero della giustizia, alla Direzione Nazionale Antimafia e alla procura della Repubblica di Roma per quanto di competenza
