
GRIDANO ALL’EMERGENZA, SCENDONO IN PIAZZA CONTRO LE LORO STESSE POLITICHE: LO STRANO CASO DEL 41-BIS IN SARDEGNA
La questione del regime di detenzione previsto dall’Articolo 41-bis non nasce oggi.
La questione del regime di detenzione previsto dall’Articolo 41-bis non nasce oggi. È uno strumento in vigore da decenni, applicato e rimodulato nel tempo secondo esigenze che lo Stato definisce di ordine pubblico e di contrasto alla criminalità organizzata. In Sardegna, però, la vicenda viene periodicamente trasformata in “emergenza 41-bis”, come se fosse una novità improvvisa. Non lo è. Nel dibattito pubblico recente si ripete che l’espansione delle sezioni 41-bis nell’isola sarebbe una “imposizione” recente. In realtà, l’introduzione di una nuova sezione 41-bis presso la Casa circondariale di Nuoro risale al 9 ottobre 2020, con decreto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede durante il Governo Conte II. Oggi quella scelta amministrativa viene spesso criticata da chi, allora, ne condivideva l’impostazione o la ratificava formalmente. La memoria, quando è selettiva, diventa uno strumento politico. Partiamo dalle basi. Il 41-bis è un regime di detenzione speciale caratterizzato da isolamento e rotazioni frequenti, finalizzato a impedire il mantenimento o la ricostruzione di legami operativi con le organizzazioni criminali. Non nasce per “punire un territorio”. È uno strumento nazionale, applicato secondo criteri giudiziari e amministrativi. In Sardegna è presente da decenni. Non rappresenta, di per sé, alcuna emergenza nuova. La vera questione riguarda piuttosto il circuito di Alta Sicurezza (A.S.), che nella pratica si sovrappone a dinamiche più complesse. Molti detenuti che hanno trascorso periodi in 41-bis oggi si trovano in regime A.S., meno restrittivo, con pene mediamente più brevi e permanenze più stabili. Questo può tradursi, nel tempo, in un radicamento sul territorio dopo la scarcerazione. È un tema strutturale, distinto dalla retorica emergenziale. A Nuoro esiste una sezione circondariale, ma nella prassi operativa gli arrestati vengono spesso trasferiti in altri istituti subito dopo gli interrogatori di convalida. Questo meccanismo solleva interrogativi sulla coerenza complessiva del sistema e sull’equilibrio tra esigenze organizzative e princìpi generali dell’esecuzione penale. L’ampliamento delle sezioni 41-bis comporterà inevitabilmente una riduzione dei posti destinati ad altre categorie, in particolare proprio all’Alta Sicurezza, che comprende un numero relativamente ridotto di detenuti sardi. L’impatto sull’organizzazione carceraria isolana è reale, ma non nei termini semplicistici che vengono agitati in piazza. In parallelo, si registra un aumento delle presenze nelle colonie penali sarde, strutture storicamente legate al lavoro agricolo che oggi vengono utilizzate anche come case di reclusione per detenuti non necessariamente addetti alle lavorazioni. Ed è qui che il discorso “isole” merita chiarezza. La norma che prevede la collocazione preferenziale di detenuti particolarmente pericolosi in strutture insulari non è nuova. È un’impostazione risalente, pensata in un contesto in cui l’isolamento geografico veniva considerato uno strumento di controllo. Nel tempo è rimasta in secondo piano, per poi essere ripresa nel 2020 dal ministro Bonafede, in un contesto politico tutt’altro che lineare, e oggi rilanciata dal sottosegretario Andrea Delmastro. Il tema delle isole come luoghi di alta sicurezza è stato ampiamente discusso anche nel corso dei processi sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, dove la dimensione dell’isolamento territoriale assumeva un significato preciso nella strategia di contrasto alle organizzazioni criminali. Per quanto riguarda Nuoro, il dibattito non nasce ieri. Il riferimento alla struttura nuorese come possibile sede di alta sicurezza compare già nelle relazioni del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. È un filo che riemerge ciclicamente: dopo i fatti di Sassari, con l’invio a Nuoro del capo dei casalesi, con le prime ristrutturazioni e la realizzazione della nuova ala, fino alle discussioni attuali. Non è una sorpresa. È una linea storica. Sul fronte criminale, la presenza di fenomeni riconducibili alla Camorra e ad altre organizzazioni non è un fatto improvviso né circoscritto a un singolo comune. Le mafie si radicano dove trovano interessi economici, complicità locali, intrecci tra affari e potere. Non è il 41-bis a generarle. Semmai, il sistema penitenziario intercetta un fenomeno che esiste già. Il nodo più delicato resta un altro: la difficoltà, anche da parte di chi conosce il sistema dall’interno, di esporsi pubblicamente. La riluttanza a parlare, persino in forma anonima, rivela una fragilità collettiva. Quando molti sanno e pochi parlano, il dibattito si impoverisce e viene occupato dalla propaganda. Non è una colpa individuale. È un dato culturale e sociale. Senza consapevolezza reale, confronto aperto e responsabilità condivise, qualsiasi difesa del territorio resta in balia di strumentazioni politiche. Continuare a gridare all’“emergenza 41-bis” senza ricostruire la cronistoria completa significa, semplicemente, mistificare la realtà e piegare la narrativa alla propaganda del momento.
