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19 febbraio 2026

“LAVORO NEL CAMPO DELLE RINNOVABILI, CREDETEMI, È UN DELIRIO”

Le emissioni di CO₂ fanno parte delle attività umane fin dalla notte dei tempi, da quando l’uomo ha iniziato a utilizzare il fuoco per scaldarsi, proteggersi e forgiare i propri strument

Le emissioni di CO₂ fanno parte delle attività umane fin dalla notte dei tempi, da quando l’uomo ha iniziato a utilizzare il fuoco per scaldarsi, proteggersi e forgiare i propri strumenti. Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è però concentrato sempre di più sul riscaldamento globale e sull’impronta di CO₂, individuando nelle emissioni in atmosfera una delle principali cause dell’aumento dell’effetto serra e delle sue conseguenze ambientali. Esiste tuttavia un concetto fondamentale, raramente esplicitato nel discorso dominante sulla green economy, che sta alla base delle fonti di energia rinnovabile (FER): il bilancio annuo di CO₂. Questo bilancio misura quante tonnellate di anidride carbonica vengono immesse in atmosfera dalle attività antropiche in un determinato periodo. In teoria, un sistema realmente sostenibile dovrebbe puntare a riportare questo bilancio a zero. Ma come si ottiene un bilancio neutro? Attraverso la compensazione: piantando alberi o coltivando alghe che, grazie alla fotosintesi, siano in grado di assorbire la CO₂ emessa. In altre parole, se si immettono 1000 tonnellate di CO₂ in atmosfera, occorre garantire la presenza di un numero sufficiente di organismi vegetali in grado di assorbirle, così da riequilibrare il bilancio. Per completezza va ricordato che il metano ha un effetto serra circa quattro volte superiore a quello della CO₂ e, a differenza di quest’ultima, non viene assorbito dagli alberi. Alla luce di queste considerazioni, la scelta di trasformare la Sardegna in una grande centrale elettrica rischia di compromettere l’equilibrio ambientale dell’isola irreversibilmente. mettendo sotto pressione un ecosistema già fragile e caratterizzato dalla presenza di numerose specie endemiche a rischio. Inizia così una delle tante mail che riceviamo da esperti del settore. Ingegneri, installatori di impianti Fer e dipendenti di aziende che operano nel settore delle rinnovabili. Questo scenario è il risultato di una pianificazione energetica costruita su una narrazione, quella della transizione energetica promossa dal Green Deal europeo, che nella sua applicazione concreta ha mostrato limiti strutturali. In molti casi, tale narrazione è stata utilizzata per legittimare una corsa agli impianti già avviata, senza una valutazione adeguata degli impatti territoriali, della reale capacità delle reti e della coerenza tra produzione, consumo e sistemi di accumulo. Le difficoltà emerse in diversi Paesi europei confermano queste criticità. La Germania, spesso indicata come modello, ha registrato negli ultimi anni problemi legati all’intermittenza delle fonti rinnovabili, alla stabilità della rete e alla sicurezza dell’approvvigionamento. In risposta a tali criticità, il sistema elettrico tedesco ha continuato a fare ricorso a centrali termoelettriche come fonte di supporto, evidenziando come, in assenza di adeguati sistemi di accumulo e di una rete sufficientemente robusta, la transizione rimanga strutturalmente dipendente da fonti di backup. La Germania non ha bloccato le installazioni già autorizzate perché vincolata da obiettivi comunitari europei, investimenti già realizzati e scelte politiche difficilmente reversibili nel breve periodo. Ma voi continuate pure a credere che in Sardegna spegneranno le centrali a carbone. La revisione del PNIEC si inserisce in questo contesto. Essa mostra come i territori siano stati sottoposti a una pressione significativa sulla base di stime di fabbisogno e produzione che, nel tempo, si sono rivelate sovradimensionate o non pienamente coerenti con i reali consumi e con le capacità infrastrutturali esistenti. Dal punto di vista tecnico, produrre energia in Sardegna per poi esportarla non rappresenta una strategia efficiente. Le fonti rinnovabili basate su sole e vento non garantiscono una produzione lineare, costante e programmabile e possono generare fluttuazioni di tensione nella rete elettrica. Per questo motivo risultano più adatte a un utilizzo locale o comunque territorialmente bilanciato. A ciò si aggiunge il fatto che la Sardegna presenta già un surplus di produzione elettrica rispetto ai consumi interni, a fronte di limiti strutturali nelle capacità di trasmissione verso l’esterno. Sul piano ambientale, i grandi impianti fotovoltaici comportano un consumo di suolo significativo, soprattutto quando la loro realizzazione avviene su aree naturali o agricole e comporta la rimozione di vegetazione arborea, che svolge un ruolo essenziale nell’assorbimento della CO₂. Con l’eolico le criticità aumentano ulteriormente: oltre all’erosione del suolo, ogni aerogeneratore richiede basamenti in cemento armato di grandi dimensioni, con effetti difficilmente reversibili sul territorio. L’impatto complessivo su flora, fauna e avifauna risulta particolarmente rilevante in contesti sensibili. Le dinamiche ambientali sono estremamente delicate e interconnesse e, in Sardegna, questo equilibrio è ulteriormente vulnerabile a causa dell’elevato numero di specie endemiche presenti. Accanto agli effetti sull’avifauna, ampiamente documentati negli studi di impatto ambientale, un’ulteriore criticità riguarda i chirotteri (pipistrelli), specie protette a livello europeo e fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi. La rilevanza del problema è riconosciuta dagli stessi produttori di turbine eoliche. Vestas, uno dei principali operatori globali del settore, ha sviluppato il Bat Protection System, una soluzione software che interviene fermando temporaneamente le turbine in condizioni ambientali associate a un’elevata probabilità di presenza dei pipistrelli, come basse velocità del vento e fasce orarie prossime al tramonto. Secondo studi scientifici citati dalla stessa Vestas, l’adozione di misure operative di mitigazione può ridurre la mortalità dei pipistrelli fino al 78%, confermando implicitamente l’esistenza di un impatto significativo in assenza di tali sistemi. Il fatto che questi strumenti siano necessari e diffusi dimostra come il rischio per la fauna non sia marginale, ma strutturale, e richieda interventi correttivi che incidono anche sulla continuità della produzione energetica. La stessa Vestas prevede, in alcuni contesti, l’uso di sistemi aggiuntivi di dissuasione acustica basati su ultrasuoni per allontanare i pipistrelli dall’area di rotazione delle pale. Queste soluzioni, pur riducendo l’impatto sulla fauna, comportano ulteriori complessità operative e una riduzione della produzione energetica, evidenziando ancora una volta il delicato compromesso tra rendimento degli impianti e tutela ambientale. La realizzazione di impianti FER su larga scala in Sardegna pertanto, rischia di produrre impatti ambientali significativi e difficilmente reversibili. In assenza di una pianificazione realmente integrata, calibrata sulle caratteristiche ecologiche, infrastrutturali e sociali dell’isola, tali interventi possono configurare forme di danno ambientale rilevante, con conseguenze durature su biodiversità, paesaggio e qualità della vita.

Commenti

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Dragone Luca
20/02/2026, 04:44

Sono d'accordo con te, anche io lavoro nelle rinnovabili da anni, e quello che stanno facendo non è favore nè dell'ambiente (per quanto stiano usando rinnovabili) ne della gente, stanno "centralizzando" una fonte di energia, che se resa capillare sui tetti delle abitazioni, renderebbe meglio, con meno dispersione e creerebbe indipendenza, ma ovviamente "indipendenza" e "centralizzazione" sono due opposti.