
IDROELETTRICO E GEOTERMIA: LA SARDEGNA POSSIBILE
La nostra opposizione alla transizione del business energetico in corso ha spesso dato..
“VOI DI SURRA CE L’AVETE UN PIANO ENERGETICO?” La nostra opposizione alla transizione del business energetico in corso ha spesso dato adito alle solite domande pretestuose: “Siete contro tutto?” “Come pensate di produrla l’energia?” “Meglio continuare ad avvelenarsi col carbone?” Prendetevi qualche minuto e mettetevi comodi. Perché il problema è molto più profondo di come viene raccontato. La Sardegna continua a discutere di energia senza sapere davvero cosa possiede. Chi sostiene che eolico e fotovoltaico siano l’unica via possibile per la Sardegna, o non conosce il territorio sardo, o è in malafede. L’inefficienza strutturale di questi sistemi è ampiamente documentata. Non a caso gli Stati energeticamente più competitivi e stabili si basano prevalentemente su altre fonti: idroelettrico, geotermico e nucleare. Alcuni esempi: * Francia Base energetica fortemente nucleare. È uno dei maggiori esempi mondiali di produzione elettrica stabile e decarbonizzata attraverso il nucleare. * Norvegia Sistema quasi interamente fondato sull’idroelettrico. Ha enormi capacità di accumulo naturale grazie agli invasi. * Islanda Caso emblematico di utilizzo combinato di geotermia e idroelettrico. Energia stabile, continua e fortemente legata alle caratteristiche geologiche del territorio. * Canada Grande potenza idroelettrica mondiale, con enormi infrastrutture di produzione e accumulo energetico. * Svezia Mix costruito soprattutto su nucleare e idroelettrico, con elevata stabilità della rete e forte indipendenza energetica. Sulle rinnovabili sono sono invece ampiamente documentati: * gli impatti ambientali; * le ripercussioni sugli ecosistemi; * i limiti tecnologici; * le enormi difficoltà di accumulo; * le criticità legate allo smaltimento e al riciclo. Senza contare l’instabilità intrinseca di queste fonti, subordinate alle condizioni atmosferiche e quindi inevitabilmente dipendenti da: * sistemi di accumulo estremamente onerosi; * batterie impattanti e tecnologicamente ancora immature; * oppure sistemi stabili di supporto che, nel nostro caso, continuano a tradursi in centrali a carbone. Dunque non si sta compiendo alcuna vera transizione. Si stanno semplicemente sovrapponendo e diversificando modelli di business energetico differenti. IL MEDITERRANEO DA SACRIFICARE Esiste un aspetto di cui si parla pochissimo quando si discute di transizione energetica, ed è il rapporto tra le cosiddette rinnovabili intermittenti e la gerarchia economica globale. Perché osservando ciò che accade concretamente nel mondo emerge una dinamica piuttosto chiara: le grandi potenze industriali continuano a garantirsi stabilità energetica attraverso nucleare, idroelettrico, gas e grandi reti infrastrutturali strategiche, mentre vaste aree periferiche o economicamente subordinate vengono progressivamente trasformate in piattaforme energetiche funzionali ai bisogni altrui. Il Mediterraneo sta diventando uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione. Basta guardare ciò che sta accadendo in Marocco, spesso celebrato come modello virtuoso della transizione green grazie all’espansione massiccia di mega impianti solari ed eolici. Ma la domanda fondamentale che quasi nessuno pone è: a beneficio di chi viene costruita tutta questa infrastruttura energetica? Perché troppo spesso questi progetti nascono esclusivamente per integrare economicamente territori periferici dentro strategie energetiche pensate altrove, secondo interessi che raramente coincidono con quelli delle popolazioni locali. Intere regioni vengano trasformate in aree estrattive energetiche, in enormi corridoi industriali funzionali ai consumi dei paesi più ricchi. E la logica, osservandola bene, non è nemmeno nuova: nono le solite vecchie dinamiche coloniali. Prima il petrolio, poi il gas, oggi il “green”. Le grandi distese considerate “vuote”, “arretrate” o “sottoutilizzate” diventano improvvisamente perfette per ospitare infrastrutture gigantesche, impianti industriali invasivi e produzione energetica destinata soprattutto ad alimentare reti economiche più forti. E guarda caso questi processi si concentrano molto spesso in territori economicamente più fragili, in aree rurali, in regioni marginalizzate o con una capacità contrattuale decisamente inferiore rispetto ai grandi centri economici europei. Il Nord Africa oggi viene progressivamente trasformato in una gigantesca piattaforma energetica mediterranea. E non è difficile capire perché: enormi disponibilità territoriali, abbondanza di sole e vento, costi inferiori e una capacità di opposizione politica e sociale molto più debole rispetto ai paesi centrali europei. Nel frattempo, però, gli Stati realmente forti continuano a mantenere per sé il controllo tecnologico, le grandi reti strategiche, la finanza, i brevetti, le infrastrutture industriali ad alto valore e soprattutto le fonti energetiche stabili e programmabili. Perché nessuna grande economia industriale moderna affida la propria sopravvivenza esclusivamente a sistemi intermittenti. Nessuno alimenta ospedali, industrie pesanti, sistemi ferroviari, reti digitali nazionali e comparti strategici sperando che il vento collabori o che il cielo resti sereno abbastanza a lungo. Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni del discorso contemporaneo sulla sostenibilità: la cosiddetta transizione ecologica funge da amplificatore delle dinamiche di sfruttamento. L’impatto ambientale, il consumo territoriale, l’estrazione delle materie prime, la devastazione paesaggistica e le pressioni sociali vengono semplicemente spostati, nelle periferie del sistema economico globale. Così le economie più forti possono raccontarsi come ecologiche e sostenibili mentre trasferiscono fuori dai propri confini i costi reali della trasformazione energetica, ma soprattutto, possono appropriarsi delle terre con quello che è diventato ormai il passaporto che giustifica ogni cosa: la transizione verde. Ed è forse proprio questo il nodo più importante: quando una tecnologia viene proposta quasi esclusivamente ai territori meno forti, mentre le grandi potenze continuano a blindare la propria sicurezza energetica attraverso sistemi stabili, continui e strategici, allora qualche domanda bisognerebbe iniziare a porsela seriamente. Perché le classi dirigenti mondiali parlano moltissimo di eolico e solare quando si tratta delle periferie energetiche del pianeta, ma quando devono garantire continuità industriale ai propri Stati continuano a investire pesantemente in nucleare, idroelettrico, gas strategico e grandi sistemi centralizzati ad alta stabilità. IL MODELLO SPAGNOLO Anche la questione della Spagna è estremamente significativa, perché mostra in maniera quasi perfetta le contraddizioni della cosiddetta transizione energetica europea. Negli ultimi anni la Spagna è stata presentata come uno dei grandi modelli continentali dello sviluppo solare, con investimenti giganteschi soprattutto nelle regioni meridionali come l’Andalusia, l’Estremadura e parte della Castiglia-La Mancia. Migliaia di ettari di territorio sono stati progressivamente trasformati in distese industriali fotovoltaiche, spesso dentro aree rurali e agricole già fragili dal punto di vista ambientale e demografico. Ed è qui che emerge una delle grandi contraddizioni di tutto questo processo. Per anni il dibattito climatico ci ha raccontato che fosse necessario fermare la desertificazione, abbassare le temperature, rigenerare gli ecosistemi e aumentare la presenza vegetale nei territori più colpiti dalla crisi climatica. Eppure, in molte aree dell’Andalusia, invece di investire seriamente in riforestazione, tutela agricola e recupero ecologico del territorio, si è scelto di occupare enormi superfici con mega impianti solari industriali. Zone che avrebbero potuto essere valorizzate attraverso recupero agricolo, riforestazione, tutela del paesaggio e rigenerazione idrica, sono state trasformate in piattaforme energetiche. E il paradosso è enorme: si parla continuamente di “salvare il pianeta”, ma poi si sostituisce il territorio vivente con chilometri di infrastrutture industriali. Una forma di ambientalismo di una contraddizione spaventosa. In Andalusia le opposizioni locali sono aumentate enormemente negli ultimi anni. Decine di comuni hanno chiesto moratorie contro i mega progetti energetici denunciando consumo di suolo, devastazione paesaggistica e distruzione di aree agricole storiche. Uno dei casi più emblematici riguarda la provincia di Jaén, dove migliaia di ulivi, alcuni secolari, stanno venendo espropriati o abbattuti per fare spazio a mega impianti fotovoltaici. Diverse piattaforme locali hanno denunciato la possibile distruzione di oltre 100.000 ulivi legati a territori agricoli storici e produttivi. Nel frattempo, nonostante gli investimenti enormi, stanno emergendo anche limiti strutturali molto seri del modello spagnolo. La crescita rapidissima del fotovoltaico ha generato problemi di stabilità della rete, e diversi esperti hanno evidenziato come il sistema elettrico spagnolo non sia stato adeguatamente modernizzato per sostenere un’elevata dipendenza da fonti intermittenti. La stessa Spagna, oggi sta affrontando: problemi di accumulo, sovrapproduzione, instabilità di rete, necessità crescente di sistemi di backup, rallentamenti negli investimenti, difficoltà infrastrutturali. In pratica si è corso molto più velocemente della capacità reale del sistema di sostenere quella trasformazione. E questo dovrebbe aprire una riflessione enorme, soprattutto nel Mediterraneo. Una vera politica ecologica degna di essere presa come modello, dovrebbe prima di tutto rigenerare il territorio vivente. Acqua, foreste, agricoltura, biodiversità, equilibrio idrico, suolo fertile. Non semplicemente trasformare intere regioni in distese industriali alimentate da capitali finanziari che, una volta terminati incentivi e profitti, lasciano dietro di sé territori impoveriti, reti instabili e nuovi problemi ambientali ancora irrisolti. E in Sardegna sta accadendo esattamente questo: viene trasformata nell’ennesima piattaforma energetica periferica al servizio di interessi esterni. Del resto, le isole mediterranee conoscono molto bene questa dinamica storica. Territori bellissimi, strategici, ricchi di risorse e potenzialità, ma progettati quasi sempre per servire economie altrui invece di costruire la propria autonomia. Nel frattempo si è pensato bene di spendere oltre un miliardo di denaro pubblico per portare avanti un processo che, in molte aree della Sardegna, rischia di trasformarsi in un ecocidio territoriale. Così, mentre in Francia un ex sito industriale è stato trasformato in una zona residenziale senza essere bonificato e l’organizzazione non-profit Stop Ecocide ha rilanciato il dibattito a livello internazionale, in Sardegna le ex zone minerarie e industriali gravate da decenni di inquinamento ambientale diventano zone ideali per l’installazione di rinnovabili. Come se un territorio compromesso dovesse essere sacrificato due volte. IL PIANO ENERGETICO SARDO 1. Conoscere davvero la Sardegna La prima fase di un piano energetico realistico dovrebbe essere la più semplice e, paradossalmente, la più rivoluzionaria: conoscere realmente il territorio. Servono dati concreti. Bisognerebbe avviare: * una mappatura geotermica completa della Sardegna; * uno studio scientifico profondo del sottosuolo; * un audit totale delle dighe e degli impianti idroelettrici esistenti; * una verifica reale delle infrastrutture energetiche già presenti. Molte strutture esistono già, ma vengono trattate come reperti dimenticati. Parallelamente sarebbe necessario elaborare uno studio serio del fabbisogno energetico dell’isola: * industria; * agricoltura; * trasporti; * turismo; * abitazioni; * reti pubbliche. Non stime politiche costruite per giustificare decisioni già prese. Una fotografia reale dei consumi dei SARDI. A questo dovrebbe aggiungersi un piano idrico integrato, perché in Sardegna acqua ed energia sono la stessa questione. L’acqua serve: * all’agricoltura; * alla rete idrica; * all’accumulo energetico; * alla stabilità del sistema. Separare questi temi è uno degli errori più tipici della politica contemporanea. Per incompetenza o per convenienza. Infine servirebbe una vera agenzia energetica sarda autonoma: * composta da tecnici; * pianificatori; * ingegneri; * specialisti del territorio. Non da consulenti a gettone che cambiano bandiera a seconda della giunta del momento. Il risultato di questa prima fase sarebbe semplice: sapere finalmente cosa esiste davvero sotto i piedi dei sardi. 2. Modernizzare il sistema idroelettrico Non si tratta soltanto di produrre energia ma di ripristinare stabilità. Una stabilità che ad oggi non sarebbe stat funzionale agli interessi che ruotano attorno ad un’isola che la si vuole in costante crisi idrica e in uno stato di dipendenza permanente. Le centrali idroelettriche esistenti dovrebbero essere completamente ammodernate. Ma soprattutto: * bisognerebbe introdurre sistemi di pompaggio e accumulo energetico; * convertire alcuni invasi in infrastrutture multifunzione; * integrare energia, rete idrica e agricoltura; * digitalizzare la gestione delle dighe. L’idroelettrico non dovrebbe essere considerato soltanto una fonte energetica, al contrario, dovrebbe essere concepito come una gigantesca batteria naturale già presente sul territorio. Oggi invece viene trattato come un’infrastruttura marginale, quasi obsoleta. Volutamente marginalizzata. Eppure rappresenta una delle poche forme energetiche realmente: * programmabili; * stabili; * accumulabili; * gestibili sul lungo periodo. Alcuni invasi potrebbero essere convertiti in sistemi multifunzione, capaci di gestire insieme energia, rete idrica e agricoltura. E la gestione delle dighe dovrebbe essere completamente digitalizzata, abbandonando finalmente quella cultura della gestione emergenziale e “a sentimento” che accompagna troppe infrastrutture italiane. 3. Sviluppare seriamente la geotermia La terza fase dovrebbe riguardare la geotermia. Non trivellazioni casuali sparse ovunque, ma: * progetti pilota mirati; * studio delle aree realmente compatibili; * sviluppo della geotermia a bassa e media entalpia; * reti locali; * teleriscaldamento urbano; * supporto energetico all’agricoltura. L’obiettivo sarebbe costruire una produzione continua, stabile e indipendente dalle condizioni atmosferiche. E c’è un motivo per cui la geotermia viene spesso ignorata: non è spettacolare, non riempie gli orizzonti di strutture gigantesche, non produce scenografie industriali d’anche oggi molti confondono con il progresso e non crea la stessa facilità speculativa di chi si improvvisa esperto del settore per intercettare fondi pubblici con società last minute e capitali sociali pari alla paghetta annua di un adolescente. Semplicemente funziona e nel settore energetico dovrebbe contare quello. 4. Una rete intelligente regionale Anche il miglior sistema energetico del mondo diventa inefficiente senza una rete moderna. La Sardegna avrebbe bisogno di: * gestione dinamica della domanda energetica; * riduzione delle perdite infrastrutturali; * digitalizzazione della rete; * sistemi intelligenti di distribuzione; * autonomia strategica regionale. Oggi una parte significativa dell’energia si perde semplicemente lungo il sistema come fosse una tassa invisibile dell’inefficienza. 5. Il vero nodo: la governance Il problema energetico raramente è soltanto tecnico, quasi sempre è prettamente politico: se ogni cinque anni cambia il governo e ogni volta cambia completamente la strategia energetica, allora non si vuole costruire un sistema. Per questo servirebbe: * una struttura energetica indipendente; * una pianificazione pluridecennale; * gestione privata e non subordinata A FONDI PUBBLICI STATALI/EUROPEI e compartecipazione collettiva di ogni singolo cittadino sardo. Altrimenti: * arrivano gli incentivi; * arrivano i capitali esterni; * arrivano i progetti; * e i profitti spariscono altrove. Sul territorio restano soltanto: * conflitti; * devastazione paesaggistica; * infrastrutture incompiute; * dipendenza energetica. Solo a quel punto diventerebbe possibile eliminare gradualmente i combustibili fossili. Le centrali a carbone potrebbero essere sostituite progressivamente da un sistema integrato composto da: * geotermia; * idroelettrico; * accumulo energetico; * reti intelligenti; * fotovoltaico limitato alle superfici già impermeabilizzate. IL SOLARE SUGLI EDIFICI COME SOLUZIONE TRANSITORIA Abbiamo riflettuto a fondo anche sulla questione dei pannelli solari sugli edifici. Come soluzione immediata, utile a tamponare le carenze dovute all’assenza di una vera strategia energetica, possono rappresentare un’alternativa sensata. Sarebbe ipocrita negarlo. Ma una società seria ha il dovere di interrogarsi non solo sull’effetto finale visibile, bensì sull’intera filiera produttiva che rende possibile quella tecnologia. Ed è qui che emergono contraddizioni enormi, che troppo spesso vengono ignorate in nome di una narrazione semplicistica del “green”. L’estrazione delle terre rare e di numerosi materiali necessari alla produzione dei pannelli è fortemente impattante dal punto di vista ambientale e umano. Non possiamo parlare di sostenibilità se questa viene ottenuta spostando il costo ecologico e sociale lontano dai nostri occhi. Proprio negli ultimi tempi, inoltre, si sta tornando a discutere della riapertura di siti minerari e di nuove attività estrattive, anche nei nostri territori, per sostenere una domanda energetica presentata come “pulita”, ma che in realtà continua a poggiarsi su dinamiche di sfruttamento e depredazione. A noi non basta che non venga devastata casa nostra. Non riteniamo etico nemmeno che vengano devastate le case degli altri per garantire il nostro benessere energetico. Oggi gran parte delle estrazioni avviene in paesi lontani, spesso poveri o politicamente fragili, permettendo all’Occidente di riempirsi la bocca di parole come “transizione ecologica” e “sostenibilità”, mentre interi ecosistemi vengono distrutti altrove, nel silenzio generale. Per questo non riteniamo sostenibile trasformare i pannelli solari nella base strutturale e permanente della nostra strategia energetica. Possono avere una funzione transitoria, intelligente e limitata, specialmente se installati su edifici già esistenti, evitando ulteriore consumo del territorio. Ma non possono diventare un dogma ideologico. Esiste poi un’altra questione che raramente viene affrontata con serietà: quella dello smaltimento e del riciclo. Tra qualche decennio rischiamo di trovarci davanti a enormi quantità di pannelli dismessi, con problemi ambientali ancora irrisolti e costi scaricati sulle generazioni future. Non è sostenibilità produrre nuovi rifiuti industriali su scala massiccia senza avere una gestione realmente efficace e pulita del loro intero ciclo di vita. Per noi la compatibilità ambientale deve essere una prerogativa inderogabile. Non può esistere una transizione ecologica costruita sul sacrificio di altri popoli, di altri territori o delle generazioni future. La vera sostenibilità non consiste nel cambiare semplicemente la fonte energetica mantenendo intatta la logica dello sfruttamento illimitato, ma nel ripensare radicalmente il rapporto tra esseri umani, consumo, tecnologia e territorio. E il famoso miliardo della giunta Todde? Quel miliardo avrebbe potuto finanziare: * le mappature geotermiche; * il revamping urgente delle dighe; * i primi impianti pilota geotermici; * la modernizzazione delle reti critiche; * la creazione di una vera governance energetica sarda. Ma il punto centrale non è mai stato la sovranità energetica. Non è mai stata la costruzione di una Sardegna realmente autonoma dal fossile. Non esiste alcuna vera “transizione energetica” se il risultato finale è soltanto: * nuova dipendenza; * nuova speculazione; * nuova colonizzazione economica del territorio. Ma non è la sovranità energetica il vero fulcro. Non è mai stata una Sardegna libera dal fossile la priorità. Non esiste nessuna transazione energetica da compiere: esistono fondi pubblici da dissipare, territori da conquistare e una popolazione da estirpare.
Commenti
Purtroppo hai ragione
Sarebbe meraviglioso si potesse attivare tutto ciò , non so se siamo ancora in tempo . Io condivido ogni parola, vorrei fossimo in tantissimi a capirlo
