
I FONDI EUROPEI FINANZIANO LA SPECULAZIONE
Smantellare le turbine eoliche, riavviare le centrali nucleari e prendere le distanze dagli obiettivi climatici dell’Unione Europea.
Smantellare le turbine eoliche, riavviare le centrali nucleari e prendere le distanze dagli obiettivi climatici dell’Unione Europea. Sono queste le dichiarazioni della leader tedesca Alice Weidel, che hanno riacceso una discussione gia molto dibattuta. Per molti cittadini tedeschi la questione è estremamente concreta: energia stabile, prezzi sostenibili e competitività industriale. I critici temono che queste posizioni possano rallentare la transizione energetica, mentre altri vedono in esse una possibile risposta all’aumento dei costi dell’elettricità e alla crescente pressione economica su imprese e famiglie. Ma perché parlare della Germania? questa discussione non riguarda solo Berlino. Le scelte energetiche tedesche influenzano infatti l’intero sistema europeo, dal mercato dell’elettricità alle politiche industriali. E poi, di che modello di transizione energetica stiamo parlando? Un modello secondo cui il ruolo dei finanziamenti europei nella diffusione delle energie rinnovabili, in particolare dei parchi eolici è la chiave di una vera e propria ondata speculativa. In molte regioni europee, tra cui la Sardegna, i progetti eolici e fotovoltaici si basano su un sistema articolato di incentivi pubblici e fondi europei destinati alla transizione energetica che hanno creato terreno fertile investitori senza scrupoli. Tra i principali strumenti di finanziamento c’è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che rientra nel programma europeo NextGenerationEU. Una parte consistente di queste risorse è destinata alla cosiddetta “rivoluzione verde”, con finanziamenti per infrastrutture energetiche rinnovabili, reti elettriche e sistemi di accumulo. A questi si aggiungono gli incentivi gestiti dal Gestore dei Servizi Energetici, che garantiscono contributi economici per ogni kilowattora prodotto da fonti rinnovabili. Tali incentivi possono essere garantiti per periodi molto lunghi, spesso tra i quindici e i vent’anni, rendendo gli investimenti nel settore particolarmente sicuri e redditizi. Capito il trucchetto? Un altro strumento europeo è il Just Transition Fund, creato per accompagnare le regioni più dipendenti dalle energie fossili verso nuovi modelli economici. In diverse aree industriali europee, inclusa la Sardegna, questi fondi vengono utilizzati per sostenere la costruzione di nuovi impianti rinnovabili che necessitano comunque di un backup quando le condizioni meteorologiche non ne permettono il funzionamento: il fossile. Questa dinamica genera anche un conflitto con un’altra grande politica europea: la Politica Agricola Comune. Quando un terreno agricolo viene trasformato in un’area industriale destinata alla produzione energetica, esso perde lo status di superficie agricola utilizzabile. Di conseguenza, l’agricoltore o l’allevatore perde l’accesso ai contributi agricoli europei e anche su quelli c’è ne sarebbe da dire, che crea una tensione economica molto forte nelle aree rurali: da una parte i fondi agricoli, che sostengono, per modo di dire, l’economia locale e la produzione alimentare; dall’altra i finanziamenti energetici, molto più consistenti. Indovinate su cosa verterà la scelta? Il risultato è un paradosso economico. In alcune zone rurali l’agricoltura diventa sempre meno competitiva rispetto alla rendita offerta dalle società energetiche che installano turbine o impianti fotovoltaici. Per molti proprietari di terreni la scelta diventa quindi tra continuare un’attività agricola sempre più fragile e minata, oppure affittare o vendere i terreni per progetti energetici sostenuti da fondi europei. Questo sistema mette notevolmente a rischio la sovranità alimentare perché se spinti dal bisogno, o dall’avarizia, ogni agricoltore smettesse di produrre perché attirato dai soldi facili, finiremmo per dipendere totalmente dall’importazione di cibi provenienti da fuori, la cui qualità non è garantita. Negli ultimi anni è emersa anche una soluzione intermedia, l’agrivoltaico, che prevede la combinazione tra attività agricola e produzione di energia solare. Tuttavia diversi osservatori ritengono che l’attività agricola rischi di diventare marginale rispetto alla produzione energetica, trasformandosi in una sorta di requisito formale necessario per accedere ai finanziamenti. Senza parlare della qualità del terreno, che verrebbe compromessa a causa delle alterazioni sull’eco sistema di cui di rado si parla. Il nodo centrale resta che i benefici di questa transizione, così come è stata pensata, non servono all’ambiente né alle comunità: servono ai portafogli di chi dipinge di verde i propri profitti per trasformare la speculazione in qualcosa di accettabile e perfino nobile.
Commenti
Là dove ci stanno portando altri ne stanno tornando. È chiaro che tutto ciò che stanno scaricando a noi (pale ,pannelli ,batterie al litio ecc) è monnezza e roba obsoleta che andava smaltita da chi l ha prodotta e che invece ,ci rifilano guadagnando incentivi per invece che pagare i danni
