
UNA MINIERA DI DATI IN UN'ISOLA SENZ'ACQUA
L’ex miniera di Nuraxi Figus, nel Sulcis, diventerà il sito che ospiterà un data center.
Dopo oltre un secolo legato all’attività mineraria, il Sulcis si prepara a diventare sede di quella che viene definita una nuova infrastruttura strategica, ovvero un grande polo tecnologico dedicato all’intelligenza artificiale e al cloud computing. IL CONSUMO DELLE RISORSE IDRICHE Questo nonostante l’esorbitante consumo di risorse idriche che la struttura implica: in un’isola definita a rischio desertificazione dai documenti europei, in cui, come evidenziato da studi recenti, la domanda di acqua dei data center può diventare critica soprattutto nelle aree dove le risorse idriche sono limitate, arrivando a interferire persino sulla disponibilità destinata ai fabbisogni della collettività, come l’uso domestico, agricolo e altri servizi essenziali. IL SOSTEGNO DI REGIONE E GOVERNO Naturalmente il progetto non nasce nel vuoto: Regione e Governo lo stanno sostenendo, mentre attraverso Carbosulcis vengono messe a disposizione infrastrutture e supporto istituzionale. CHE COS'E' UN DATA CENTER? Chiariamo cos’è un data center. È una struttura industriale composta da migliaia di server che conservano, elaborano e trasferiscono enormi quantità di dati. IL PROGETTO DIGITAL VAULT SULCIS Il progetto denominato “Digital Vault Sulcis” prevede la riconversione produttiva della società pubblica Carbosulcis, proprietaria del sito minerario di Nuraxi Figus, nel territorio di Gonnesa, partendo inizialmente con una capacità di circa 20 MW e arrivando, attraverso uno sviluppo modulare previsto nell’arco di dieci anni, a 100 MW complessivi, mentre la superficie fisica definitiva dell’infrastruttura non risulta ancora pubblicamente quantificata. LE DIMENSIONI ENERGETICHE Per darvi un’idea, un data center di medie-grandi dimensioni richiede da 20 a 100 megawatt di potenza continua. E un centro da 100 megawatt equivale al consumo medio di circa 100.000 famiglie. L'INVESTIMENTO PREVISTO Si prevede un investimento superiore a un miliardo di euro nell’arco di dieci anni, secondo quanto riportato dai documenti e dalle dichiarazioni legate al progetto. LE PROMESSE OCCUPAZIONALI Secondo l’assessorato regionale all’Industria, il progetto dovrebbe rappresentare un investimento nel settore dell’innovazione tecnologica e creare nuove opportunità occupazionali per il territorio. LA SITUAZIONE AMBIENTALE DEL SULCIS Eppure, la situazione ambientale del Sulcis, gravata da un’incidenza allarmante di malattie, che quest’opera potrebbe addirittura ulteriormente intensificare, meriterebbe estrema attenzione e tutela. IL CASO DEL NORTHERN VIRGINIA Secondo uno studio realizzato su uno dei data center più grandi del mondo nel Northern Virginia, le emissioni legate alle turbine che raffreddano i server hanno aumentato nella zona circostante l’incidenza di malattie cardiovascolari, disturbi respiratori e attacchi d’asma. LE PRIORITÀ DELLA REGIONE La Regione, però, pare avere altre priorità. Il data center, per loro, è coerente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile e di attrazione di investimenti ad alto valore aggiunto. L’infrastruttura, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe trasformare un luogo simbolo dell’industria estrattiva sarda in un centro dedicato alle tecnologie digitali avanzate. LA PROMESSA DELLO SVILUPPO La promessa di grandi benefici occupazionali per il territorio è il solito mantra che accompagna ogni presunta rivoluzione strategica, eppure gli studi di impatto ambientale e la realtà fattuale rivelano impegni più teorici che pratici. L'IMPATTO AMBIENTALE DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il rapporto appena diffuso dalle Nazioni Unite, lo studio al momento più completo sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale, riporta che, oltre al consumo di suolo e alle enormi quantità d’acqua necessarie per raffreddare i sistemi che tendono a surriscaldarsi, ci sono costi legati al cosiddetto addestramento dei modelli, la cui quantificazione è spaventosa. Ad esempio, per far sì che ChatGPT-5 sia in grado di rispondere a tutte le nostre domande, servono 100 gigawattora di elettricità, equivalente del consumo residenziale annuo di 770.000 persone nell’Africa subsahariana. IL CONSUMO IDRICO DEI DATA CENTER Uno degli aspetti più discussi, poi, riguarda il consumo idrico. I server producono grandi quantità di calore e devono essere continuamente raffreddati. Molti impianti utilizzano sistemi basati sull’acqua, direttamente o indirettamente attraverso la produzione dell’energia necessaria al loro funzionamento. Proprio per questo, studi recenti hanno evidenziato che la domanda di acqua dei data center può diventare critica soprattutto nelle aree dove le risorse idriche sono limitate. GLI SCARICHI DEI SISTEMI DI RAFFREDDAMENTO Inoltre, i liquidi di raffreddamento e gli scarichi dell’acqua che ricircola nei sistemi di raffreddamento possono accumulare sali, prodotti chimici anticorrosione, biocidi e altre sostanze che, quando vengono scaricate, inquinano fortemente. Alcuni impianti utilizzano fluidi refrigeranti e le eventuali perdite possono anch’esse avere un impatto ambientale per nulla rassicurante. I DANNI ALLE COMUNITÀ NEGLI STATI UNITI Negli Stati Uniti i danni alle comunità e ai quartieri che si trovano intorno a questi enormi colossi sono già visibili. Ocasio-Cortez, una politica statunitense del Partito Democratico e dal 2019 membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, ha portato davanti al Congresso due campioni di acqua marrone provenienti dai pozzi di residenti di Morgan County, Georgia, che vivono nei pressi del campus di data center di Meta, denunciando un grave deterioramento della qualità dell’acqua verificatosi durante lo sviluppo dell’impianto. L’EPA, interrogata pubblicamente dalla deputata il 20 maggio 2026, ha dichiarato che avrebbe esaminato la questione. IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE E IL COINVOLGIMENTO DELLE COMUNITÀ Non è escluso che un inquinamento delle falde possa accadere allo stesso modo anche in Sardegna. Eppure, sembra che la Regione Sardegna non abbia ritenuto opportuno informare le comunità locali dei rischi, né coinvolgerle prima di esprimere parere favorevole a questa riconversione. Violando gli obblighi di informazione e partecipazione previsti dalla normativa e in contrasto con il principio di precauzione. LA CRESCENTE OPPOSIZIONE NEGLI STATI UNITI Negli Stati Uniti, intanto, cresce l’opposizione ai mega data center. Diversi territori hanno iniziato a bloccare e persino bandire per legge la loro costruzione. Secondo un rapporto dedicato al fenomeno della protesta contro i data center negli Stati Uniti, negli ultimi anni sarebbero stati bloccati progetti per decine di miliardi di dollari a causa dell’opposizione locale. E le amministrazioni hanno introdotto vere e proprie moratorie. IL CASO DI LACCHIARELLA, A SUD DI MILANO Anche in Lombardia la mobilitazione sta dando dei risultati: a sud di Milano, nel Comune di Lacchiarella, un enorme progetto di data center da circa 300 MW e oltre 200.000 metri quadrati è finito al centro di una forte opposizione da parte dei cittadini. Il progetto, presentato dalla società APTO Italia, è sottoposto a Valutazione di Impatto Ambientale presso il Ministero dell’Ambiente. L’iter è stato riaperto dopo che è emersa un’irregolarità nella fase di partecipazione pubblica: l’avviso relativo alla procedura non era stato pubblicato all’albo pretorio del Comune di Lacchiarella. Il Ministero ha quindi disposto una nuova consultazione pubblica, arrivando a successive ripubblicazioni della documentazione nel 2026. Il progetto è tuttora in istruttoria tecnica, ma i comitati continuano a contestare il consumo di suolo, l’enorme fabbisogno energetico e l’impatto ambientale derivante dalla concentrazione di numerosi data center nell’area a sud di Milano. IN SARDEGNA, INVECE, TUTTO TACE Mentre in Sardegna, ancora tutto tace. E le motivazioni del progetto Digital Vault Sulcis, riconvertire un’area mineraria in crisi, sembrano dover essere sufficienti ad abissare ogni tentativo di contestazione. L'ALTERNATIVA DELLA SPIRULINA Eppure, un progetto universitario sostenibile per davvero, che puntava ad allevare proprio nelle gallerie della miniera la spirulina, fonte di proteine vegetali molto importante anche dal punto di vista medico e anche piuttosto costosa, avrebbe potuto rappresentare un’alternativa reale. LE DOMANDE ANCORA APERTE Nonostante il via al progetto da parte del Governo, restano domande a cui la Regione Sardegna è chiamata a rispondere, perché nelle informazioni pubblicamente disponibili non risultano indicati, in modo chiaro: * quanti metri cubi d’acqua siano effettivamente presenti nelle gallerie; * quanta di quest’acqua sia realmente utilizzabile, quale sia la portata disponibile e quale il suo tasso di reintegro naturale; * quale sia il fabbisogno idrico effettivo del data center; * quanti metri cubi dovranno essere immessi e successivamente reintegrati nel circuito per compensare eventuali perdite, manutenzione o altri consumi; * quali eventuali trattamenti saranno necessari prima del suo utilizzo; * quale sia il destino dell’acqua eventualmente sostituita o scaricata. E soprattutto, non risulta pubblicato un vero e proprio bilancio idrico del progetto che consenta di verificare se l’acqua disponibile sia effettivamente sufficiente a sostenere il funzionamento del polo da 100 MW.
