
Einstein Telescope: ricerca civile o laboratorio per le armi del futuro?
GIOVANNI FALCONE DICEVA: «SEGUI I SOLDI» E forse è proprio da qui che bisogna partire per capire davvero cosa c’è dietro l’Einstein Telescope.
L’unica cosa che ci viene raccontata sull’ET è che si tratta di un grande progetto scientifico destinato a portare ricerca e innovazione in Sardegna. Ma dietro l’Einstein Telescope non ci sono soltanto interferometri e ricerca sull’universo: ci sono laboratori connessi, industria, trasferimento tecnologico, proprietà intellettuale, brevetti, AI, quantum technologies, sensoristica, laser, ottica di precisione e sistemi di calcolo avanzati. Laboratori, industria e trasferimento tecnologico Dietro l’Einstein Telescope c’è già un enorme programma finanziario, tecnologico e industriale che va ben oltre la semplice costruzione di un rivelatore. Il progetto ETIC, finanziato attraverso il PNRR e NextGenerationEU con circa 50 milioni di euro, ha previsto tra i propri obiettivi la realizzazione e il potenziamento di una rete nazionale di laboratori di ricerca e sviluppo dedicati alle tecnologie abilitanti del futuro interferometro (INFN Bologna - PNRR ETIC e ASI - ETIC). Tra queste tecnologie vengono indicate esplicitamente il filtraggio sismico e il controllo a bassa frequenza, gli apparati criogenici a basso rumore, nuove tecnologie nel campo della fotonica, dell’ottica e dell’elettronica e nuovi materiali per gli specchi. E oggi questa attività prosegue con MITI, un nuovo progetto finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con circa 15 milioni di euro, che ha l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie abilitanti per l’Einstein Telescope, potenziare una rete di laboratori di ricerca e collegare queste attività al tessuto industriale italiano (Comunicazione ufficiale MITI e SUnLab). MITI prevede inoltre la realizzazione di un vero e proprio centro di trasferimento tecnologico dell’Einstein Telescope presso SUnLab, in Sardegna (Comunicazione ufficiale MITI e SUnLab). E di quali tecnologie stiamo parlando? Di isolamento sismico, sistemi di controllo a bassissima frequenza, criogenia, fotonica, ottica, elettronica, nuovi materiali per gli specchi, sensoristica avanzata, tecnologie quantistiche, AI e sistemi di calcolo avanzati. Non soltanto ricerca fondamentale Il progetto prevede esplicitamente il coinvolgimento dell’industria e il trasferimento delle tecnologie sviluppate verso applicazioni esterne alla ricerca fondamentale. Il programma europeo preparatorio dell’ET non nasconde affatto questa dimensione: il Work Package 7 dell’ET-PP è dedicato proprio a Innovation and Industrial Engagement e comprende attività di promozione delle tecnologie innovative, rapporto con l’industria e un apposito lavoro su Technology Transfer and Intellectual Property (ET-PP WP7 Innovation and Industrial Engagement). La documentazione del progetto prevede inoltre specificamente un deliverable dedicato al “TT and Intellectual property management in ET” (ET-PP WP7 Innovation and Industrial Engagement). L’Einstein Telescope stesso presenta il rapporto con l’industria come una componente importante del progetto e indica ricadute potenziali in settori come fotonica, criogenia e ingegneria di precisione (Einstein Telescope Industry). Tra le tecnologie indicate troviamo sistemi di raffreddamento senza vibrazioni, ultra-high vacuum, isolamento sismico, ottica di precisione e controllo termico. Ed è qui che bisogna cominciare a farsi delle domande. Perché un progetto di ricerca fondamentale ha bisogno di un programma strutturato di trasferimento tecnologico e coinvolgimento dell’industria? La risposta ufficiale è che le tecnologie sviluppate per l’ET possono avere applicazioni anche al di fuori della ricerca sulle onde gravitazionali, e questo è scritto nei documenti del progetto (Einstein Telescope Industry). I laser e le tecnologie ottiche sviluppate nell’ambito dell’ecosistema ET possono avere applicazioni nel LIDAR, nella guida autonoma, nella medicina e nel rilevamento dei gas (Einstein Telescope Laser Applications). Le tecnologie di precisione, controllo e sensoristica possono essere utilizzate in numerosi settori industriali e l’ET sta sviluppando anche tecnologie quantistiche per migliorare la sensibilità dell’interferometro. La ricerca sulle tecnologie quantistiche per ET comprende, tra le altre cose, l’utilizzo di stati di luce quantistici per migliorare le prestazioni dei futuri rivelatori (Quantum Technologies for ET). Il quantum e la sicurezza europea E qui entra in gioco qualcosa che va ben oltre l’Einstein Telescope. Perché l’Unione Europea ha adottato una vera e propria Quantum Europe Strategy con l’obiettivo di trasformare la ricerca quantistica europea in capacità industriali, commerciali e strategiche (EU Quantum Strategy Overview e Quantum Science Austria). La strategia ha cinque aree di intervento e la quarta si chiama “Space and Dual-Use Quantum Technologies (Security and Defence)”. Non è un’interpretazione, ma il titolo ufficiale di una delle cinque aree strategiche della politica europea sul quantum (EU Quantum Strategy Overview). La Commissione europea afferma inoltre che le tecnologie quantistiche hanno un forte potenziale dual use per la difesa e la sicurezza. La stessa Commissione indica inoltre il quantum sensing come una tecnologia capace di migliorare significativamente la precisione delle misurazioni e cita applicazioni come gravimetria, osservazione della Terra e monitoraggio di risorse sotterranee e sottomarine (EU Quantum Strategy Overview). La strategia europea integra inoltre esplicitamente le capacità quantistiche nelle strategie europee in materia di spazio, sicurezza e difesa (EU Quantum Strategy Overview). In altre parole, l’Unione Europea sta costruendo esplicitamente un meccanismo attraverso il quale la ricerca civile genera tecnologia che passa all'industria, per poi assumere valore dual use e venire impiegata per la difesa. È una politica industriale dichiarata. L’Unione Europea considera numerose tecnologie emergenti come dotate di dual-use potential, comprese AI, materiali avanzati, nanotecnologie, tecnologie spaziali e altre tecnologie abilitanti. L’obiettivo è trasformare la ricerca scientifica in capacità industriali e strategiche europee (EU Quantum Strategy Overview). La stessa Quantum Europe Strategy parla infatti di industrializzazione delle tecnologie quantistiche e di trasformazione della ricerca in applicazioni commerciali e strategiche (Quantum Science Austria). L’ecosistema dual use e il programma STIPP Ed è proprio qui che la questione dell’Einstein Telescope diventa particolarmente rilevante, perché ET sta sviluppando tecnologie che appartengono esattamente a questo ecosistema: Quantum technologies, sensoristica, laser, ottica di precisione, sistemi di controllo, AI, calcolo avanzato, tecnologie spaziali e di precisione (Industry Computing Workshop 2026). Guarda caso, le tecnologie sviluppate nell’ecosistema ET appartengono a un settore tecnologico che può avere applicazioni dual use e può essere trasferito verso ambiti strategici, spaziali, di sicurezza e difesa. Ed è proprio mettendo insieme questi elementi che emergono numerosi interrogativi, perché tutto questo fa pensare all’Einstein Telescope anche come a un possibile hub di ricerca e sviluppo per tecnologie strategiche e, potenzialmente, applicabili alla difesa. Una direzione perfettamente coerente con quella dichiarata dall’Unione Europea: trasformare le tecnologie più avanzate, comprese quelle sviluppate nella ricerca civile, in capacità industriali e strategiche europee, anche nel settore della sicurezza e della difesa (EU Quantum Strategy Overview). Con l'apertura della terza call dello STIPP, il programma di innovazione transfrontaliera dell’area Meuse-Rhine tra Belgio, Paesi Bassi e Germania, la call individua esplicitamente cinque aree tematiche: Industrial Transition, Green Transformation, Healthier Citizens, Einstein Telescope e Defence-Tech (Interreg Meuse-Rhine STIPP). La stessa call definisce Defence-Tech come il sostegno a innovazioni dual use e orientate alla sicurezza (Interreg Meuse-Rhine STIPP). Quindi, nel medesimo programma europeo di finanziamento dell’innovazione, troviamo una accanto all’altra le voci Einstein Telescope e Defence-Tech. Questo rende molto difficile sostenere che il mondo della ricerca ET e quello delle tecnologie dual use non abbiano nulla a che vedere. Lo stesso programma STIPP ha inoltre promosso specificamente opportunità commerciali e di innovazione legate alle tecnologie dell’Einstein Telescope per le PMI della regione (Interreg Meuse-Rhine STIPP). Il punto è capire quali tecnologie sviluppate con denaro pubblico possono essere trasferite verso applicazioni strategiche, spaziali, di sicurezza o militari. Brevetti, proprietà intellettuale e controllo tecnologico Entra poi in gioco la proprietà intellettuale. L’Einstein Telescope ha predisposto un’attività specifica sulla gestione della proprietà intellettuale e del Technology Transfer. Non stiamo parlando genericamente di “innovazione”: il progetto ET-PP prevede infatti un apposito deliverable dedicato alla gestione del Technology Transfer e della proprietà intellettuale (ET-PP WP7 Innovation and Industrial Engagement). Il tema comprende quindi invenzioni, proprietà dei risultati, gestione della proprietà intellettuale, trasferimento tecnologico e rapporti con l’industria. Per riassumere: ET non si prepara soltanto a produrre conoscenza scientifica, ma si prepara anche a produrre innovazione tecnologica e a trasferirla verso l’industria. E allora bisogna seguire quella proprietà intellettuale e capire chi inventerà, chi sarà proprietario, chi depositerà i brevetti, quali aziende potranno utilizzarli, chi finanzierà quelle invenzioni e soprattutto dove finiranno quelle tecnologie. L’ET ha persino organizzato workshop specificamente dedicati alla collaborazione con l’industria su AI, architetture di processori, tecnologie neuromorfiche, quantum, gestione dei dati, networking e cybersecurity (Industry Computing Workshop 2026). Stiamo finanziando soltanto un osservatorio astronomico o anche una piattaforma europea di sviluppo tecnologico ai fini militari? Perché ricordiamo: una tecnologia non deve essere stata progettata come arma per poter essere successivamente utilizzata in un sistema militare. Quando il civile diventa militare: il precedente di Fiumicino Ed è proprio per questo che dobbiamo guardare anche alle tecnologie a energia diretta, perché oggi non sono più fantascienza. Israele sta sviluppando e portando all’impiego operativo sistemi laser ad alta energia come Iron Beam, destinati alla difesa contro razzi, mortai, droni e altri bersagli aerei, con l'annuncio della consegna del primo sistema operativo alle forze armate (Ares Difesa - Iron Beam e HDblog - Iron Beam). Gli Stati Uniti, inoltre, studiano da decenni l’utilizzo di laser nello spazio per applicazioni militari: laser, ottica di precisione, stabilizzazione, sensoristica e sistemi di puntamento sono tecnologie che possono avere applicazioni militari concrete. E quindi, ancora una volta, dobbiamo chiederci quali tecnologie produce l’ET e in quale momento una tecnologia sviluppata per la ricerca fondamentale entra nel settore della sicurezza, dello spazio o della difesa. Non stiamo parlando di una possibilità astratta. Un esempio recente arriva proprio dall’aeroporto di Fiumicino: nel 2022 l’aeroporto di Roma avviò una gara per la progettazione, fornitura e manutenzione di un sistema anti-drone per l’aeroporto Leonardo da Vinci. Alla gara partecipò anche il raggruppamento composto da Rafael Advanced Defense Systems e Altintech, poi risultato aggiudicatario (FalcoVBS - Appalto Fiumicino). La vicenda è finita davanti alla giustizia amministrativa proprio per la natura del sistema utilizzato. Nel successivo contenzioso è stata posta al centro la qualificazione del radar impiegato nel sistema e la necessità delle autorizzazioni previste dalla normativa sui materiali d’armamento. La vicenda si è conclusa con l’annullamento dell’aggiudicazione al raggruppamento Rafael-Altintech (FalcoVBS - Appalto Fiumicino). Questo caso dimostra una cosa molto semplice: la natura civile dell’infrastruttura che ospita una tecnologia non significa automaticamente che quella tecnologia sia civile. Una tecnologia apparentemente “civile” può incorporare componenti, conoscenze e capacità che appartengono anche all’universo della sicurezza e della difesa ed è esattamente questa zona grigia che dobbiamo osservare quando parliamo di tecnologie dual use. E se questo può accadere persino all’interno di un aeroporto civile, perché dovremmo considerare assurda la possibilità che tecnologie nate all’interno di un enorme ecosistema scientifico e industriale possano, nel tempo, trovare applicazioni anche nel settore della sicurezza e della difesa? La narrazione dei posti di lavoro e la gestione del territorio Nel frattempo, un’altra grande narrazione viene utilizzata per rendere questo progetto accettabile in Sardegna: i posti di lavoro. Ci raccontano di migliaia di opportunità occupazionali e di un’enorme ricaduta sul territorio. La stessa Regione Sardegna presenta infatti l’Einstein Telescope come un’opportunità con ricadute economiche, occupazionali, infrastrutturali, sociali e culturali (Regione Sardegna - Einstein Telescope). Ma quante di queste opportunità saranno realmente accessibili agli abitanti del territorio? Stiamo parlando di un settore altamente specializzato, che richiede competenze avanzatissime in fisica, ingegneria, informatica, quantum technologies, ottica, sensoristica, criogenia e sistemi di calcolo. È difficile immaginare che una popolazione locale, senza una massiccia formazione altamente specialistica, possa beneficiare in modo significativo di questo mercato del lavoro. Le opportunità per i locali, semmai, potrebbero essere soprattutto quelle legate ai cantieri, alla manutenzione, ai servizi, alla logistica e alle attività necessarie ad accogliere quella comunità internazionale insediata sul territorio. Ruoli periferici e marginali: come è sempre stato. Senza considerare che ad oggi non esistono né garanzie occupazionali sottoscritte e controfirmate, né obblighi vincolanti sulle ricadute economiche per le comunità direttamente interessate; esistono unicamente stime previsionali. Un po’ poco per un’area che verrà interdetta e sottoposta a vincoli per sempre. Spacciare invece che l’Einstein Telescope produrrà migliaia di posti di lavoro qualificati per i sardi è una narrativa costruita per rendere politicamente più digeribile un progetto che, ad oggi, lascia il popolo con più domande che certezze. In tutto questo, nessuno si è indignato quando il progetto veniva presentato unilateralmente, senza che ai cittadini venissero messi davanti tutti gli elementi necessari per poterlo valutare, o quando si parlava dell’ennesima grande opportunità senza spiegare gli eventuali effetti sul territorio. Nessuno si è indignato quando l’ente promotore, durante una conferenza pubblica a Lula, sembrava quasi offendersi davanti alle domande dei cittadini. Di persone critiche, di cittadini con dubbi e di posizioni alternative ce n’erano, ma non risultano essere state chiamate a sedersi allo stesso tavolo per presentare una posizione alternativa. Ogni volta che si alzava una voce dubbiosa, questa veniva liquidata, minimizzata o presa sotto gamba, quando non direttamente derisa con l'invito ad "evolversi". Strategie di comunicazione e l'impatto sulle aree interne Risulta che siano stati mandati nei paesi anche ragazzi assunti temporaneamente per presentare il progetto alle comunità, richiedendo tra i requisiti la conoscenza del sardo per creare maggiore vicinanza con le persone del posto. Una Regione che si premura di assumere ragazzi che conoscono la lingua sarda per penetrare più facilmente nel tessuto sociale delle piccole comunità locali, ma che al tempo stesso non ritiene altrettanto necessario garantire alla lingua sarda uno spazio adeguato nelle scuole. Il metodo ricorda da vicino meccanismi già visti nella storia dell'isola, dove l'uso degli strumenti culturali e linguistici locali veniva impiegato per penetrare le comunità e trasformarne progressivamente la mentalità. Da una parte, le istituzioni raccontano da anni che la Sardegna è interessata da un processo di spopolamento e progressiva desertificazione demografica, inserito nelle politiche di coesione per contrastarlo. Dall’altra, nei documenti istituzionali come il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI) 2021-2027, alcune aree vengono descritte come territori con basse prospettive di sviluppo per i quali bisognerebbe predisporre un piano capace di accompagnarle in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento, rendendolo semplicemente socialmente dignitoso per chi ancora vi abita (FIRA - Pubblicato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne e Informa Enti Locali - PSNAI 2021-2027). In questa classificazione rientrano centri come Lula, Orgosolo, Fonni, Bitti, Desulo, Gavoi, Mamoiada, Oliena, Ollolai, Olzai, Onanì, Oniferi, Orani, Orotelli, Orune, Ottana, Ovodda, Aritzo, Arzana, Atzara, Austis, Belvì, Gadoni, Meana Sardo, Ortueri, Osini e Perdasdefogu: esattamente i territori toccati dall’Einstein Telescope. Contestualmente, con la modifica dei criteri per i territori montani, 102 Comuni in Sardegna vengono esclusi da tale classificazione, perdendo l'accesso a specifiche risorse e politiche riservate a sanità e servizi. Che cosa succede a un territorio quando prima vengono meno le grandi promesse di sviluppo, poi si indeboliscono gli strumenti per le aree montane e infine il suo spopolamento viene considerato non più come una tendenza da invertire, ma come un processo da accompagnare? Non basta dire che un progetto porta investimenti o sviluppo: bisogna chiedersi quale sviluppo, per chi, per quanto tempo e quale modello territoriale stiamo costruendo. Aspetti ambientali e interrogativi sul futuro La questione ambientale appare altrettanto complessa. Parliamo di un progetto che prevede chilometri di opere sotterranee, gallerie, caverne e infrastrutture in profondità. Eppure, nella comunicazione pubblica, l'opera viene presentata quasi come priva di conseguenze ambientali. L’iter ufficiale parla di una valutazione preliminare di impatto ambientale, ma ci si chiede dove siano illustrati in maniera completa e accessibile gli effetti sul sottosuolo, sulle falde acquifere, sulla geologia e sull'idrogeologia. Se l'impatto è minimo o gestibile, questo andrebbe dimostrato con documentazione chiara alla popolazione. Mentre viene ripetuto che la candidatura della Sardegna è ancora aperta e non definitiva, sul campo tutto appare già predisposto: esistono già finanziamenti, laboratori, infrastrutture, programmi industriali, formazione e trasferimenti tecnologici. La Regione ha già stanziato 350 milioni di euro per la costruzione dell’opera, oltre ai 950 milioni previsti dal Governo e circa 50 milioni per interventi collaterali come il centro di ricerca ET-SUnLab e l’adeguamento infrastrutturale (Regione Sardegna - Einstein Telescope). Sardegna Ricerche ha inoltre attivato un bando da 4 milioni di euro per coinvolgere le PMI sarde nella filiera tecnologica dell’Einstein Telescope (Regione Sardegna - Bando PMI 4 milioni e Kalaritana Media). Restano sul tavolo domande fondamentali che richiedono risposte chiare: che cosa produrrà realmente l’Einstein Telescope? Chi controllerà ciò che produrrà? Dove finirà quella tecnologia? Se esiste la possibilità concreta che queste innovazioni trovino sbocco nel settore militare o della sicurezza, come riconosciuto dalle stesse politiche europee sul dual use, queste dinamiche dovrebbero essere esplicitate chiaramente. Per un’isola che porta da decenni il peso di servitù militari e infrastrutture strategiche, comprendere se quest'opera possa rappresentare anche un potenziale bersaglio o una risorsa strategica in caso di conflitti è una valutazione da cui non si può prescindere.
Commenti
Secondo me bisognerebbe che a Lula si costituisca un comitato di controllo che si avvale di consulenze tecniche di periti/scienziati, bisogna ottenere la garanzia che ET non ingegnerizzi strumenti destinati alle guerre, sembra un po utopico ma puo’ essere una strada
Opzione 1: lamentarsi sempre e comunque perchè i poteri forti non cielo-dicono, ma ora con una AI nazi-sionista al proprio fianco, su un cellulare stampato in cina con un sistema operativo distopico made in usa. Opzione 2: studiare, entrare nel progetto, conoscerlo e magari guidarlo da dentro. Menti, non il comitato di paese. Non vi sono bastate le ultime lezioni di governo? le chiacchiere da bar non servono, anche giggino lo ha capito (a nostre spese) Così come non interessarsi alla politica non comporta l'essere salvati dall'interesse, o impatto, che la politica ha di ritorno...osteggiare un progetto del genere per poi subirne comunque le fantomatiche conseguenze che questo articolo mette in evidenza... è quantomeno poco furbo. Ripeto: opzione 1 : rinunciare a cellulari / social / ricerca.. e facciamo .. i camerieri, gli eremiti.. opzione 2 : studiare, partecipare al gioco (non sparare alle macchine dei ricercatori.. mettiamoci dentro dei nostri ricercatori) auguri
