
LA DERMATITE BOVINA È IL BUSINESS DELLO STERMINIO
Il tema della dermatite nodulare bovina, in Sardegna si ripresenta, ancora una volta, e guarda caso in anticipo rispetto all’anno scorso.
Il tema della dermatite nodulare bovina, in Sardegna si ripresenta, ancora una volta, e guarda caso in anticipo rispetto all’anno scorso. E con lo stesso identico copione. Un capo viene dichiarato presumibilmente infetto. Tutto il resto dell’allevamento viene abbattuto indiscriminatamente. Su questa dinamica siamo sempre stati molto netti e critici, stando al fianco di quegli allevatori che si sono visti portare via il lavoro di una vita nel giro di poche ore. Ma c’è una cosa che va detta, senza girarci intorno. Non tutti, tra quegli allevatori, sono vittime. Esistono Interessi che, a quanto emerge da diverse testimonianze, sembrano essere condivisi tra chi dovrebbe controllare e chi viene controllato. Intorno alla dermatite bovina, la cui esistenza viene da alcuni smentita o ampiamente ridimensionata, in seguito ad analisi condotte in laboratorio e prove scientifiche, vi sarebbe in realtà un business fatto di svariate migliaia di euro a capo soppresso che verrebbero corrisposte a chi accetta di sterminare il proprio bestiame. Potete immaginare chi possiede 100-200 capi quale guadagno possa trarne. È evidente che non stiamo parlando di emergenza sanitaria, ma di un business che sta muovendo un sistema economico enorme: tra abbattimenti e persino lo smaltimento. Nel decreto sugli abbattimenti esiste un articolo che apre uno scenario surreale: non c’è un obbligo assoluto di abbattimento. Ma è prevista una somma di circa 150 euro per capo non soppresso. Lo dice Il Decreto Legislativo n. 136/2022, art. 23 comma 12, il quale stabilisce che, salvo che il fatto costituisca reato, chi non rispetta un provvedimento di abbattimento degli animali disposto dall'ASL è soggetto a una sanzione amministrativa di 150 euro per ogni animale non abbattuto. Questo significa che non si parla automaticamente di reato penale, ma di una multa proporzionata al numero di animali. Ad esempio: 1 animale = 150 euro, 10 animali = 1.500 euro. È importante sottolineare che questa disposizione viene spesso omessa nei comunicati ufficiali, dove si cita invece solo il comma 11, più severo, contribuendo a generare allarmismo e a far credere che le sanzioni siano sempre nell'ordine delle decine di migliaia di euro, cosa che non è automaticamente vera se non si configurano violazioni più gravi o penali. Tradotto in modo brutale: se non vuoi abbattere, ci paghi il pizzo. Chiamatela sanzione, chiamatelo ricatto, o estorsione. Il risultato non cambia: chi prova a salvare i propri animali si trova a dover pagare. Eppure la domanda sorge spontanea: se davvero siamo davanti a una minaccia sanitaria incontrollabile, perché esiste la possibilità di “derogare” pagando? E se invece la minaccia è reale, cosa ci dice gestione del problema? Nel frattempo, anche mandrie vaccinate vengono abbattute comunque. E questo apre un altro cortocircuito: o i vaccini non funzionano come raccontato, o vengono dunque somministrati per contrastare una malattia, curabilissima, che però non è quella che viene presentata. Tra gli allevatori c’è chi resiste, e c’è chi si adegua. E chi si adegua, alimenta un sistema che prima o poi presenterà il conto anche a lui. E mentre questo accade, arrivano puntuali anche le offerte delle società delle rinnovabili. Terreni agricoli che improvvisamente diventano “interessanti”. O che lo erano già prima, ma toccava convincere più animosamente allevatori contrari. Coincidenza?
