
ABBIAMO DIMENTICATO COSA RAPPRESENTANO LE NOSTRE MASCHERE?
In questi giorni l’avvicinamento delle maschere tradizionali al movimento SURRA per unirsi alla protesta di Lu Fenosu
In questi giorni l’avvicinamento delle maschere tradizionali al movimento SURRA per unirsi alla protesta di Lu Fenosu ha acceso un dibattito anche molto duro. Sono comparsi articoli e interventi, persino da parte di testate indipendenti sarde, che hanno parlato di strumentalizzazione, di folklore, di carnevalata. La cosa che più colpisce è un’altra: forse la nostra cultura è ancora più sconosciuta di quanto immaginassimo. E, paradossalmente, chi oggi si erge a difensore delle tradizioni è spesso il primo a relegare le maschere dentro una dimensione pittoresca, folkloristica, quasi grottesca. Eppure le rievocazioni in maschera appartengono a una cultura antichissima. Sono l’eredità di riti millenari, espressione di un mondo religioso e simbolico precedente al cristianesimo. Non nacquero come intrattenimento né come spettacolo. Erano manifestazioni sacre, profondamente legate al rapporto tra l’uomo, la natura, la comunità e il mistero della vita e della morte. Con l’avvento del cristianesimo, quei riti non furono semplicemente cancellati. Sarebbe stato impossibile. Alla Chiesa era necessario costruire una dottrina capace di assorbire l’immensa forza d’attrazione esercitata dagli antichi culti del Mediterraneo. La sfida non consisteva nel respingerli, ma nell’assimilarli. Dunque i Bizantini, consapevoli del profondo radicamento di quei riti nell’identità del popolo, compresero che non potevano essere estirpati con la forza. La strada scelta fu un’altra: conservarne le forme, ma modificarne lentamente il significato, trasformando il linguaggio e la semantica dei simboli fino a integrarli nel nuovo ordine religioso. Fu uno svuotamento progressivo. I riti sopravvissero, ma vennero progressivamente separati dal loro significato originario. Furono confinati nell’ambito del paganesimo, dell’occulto, del pittoresco, mentre la memoria della loro funzione profonda veniva lentamente trasformata. È lo stesso destino toccato ai Misteri. Per millenni quella parola aveva indicato grandi riti di iniziazione e rigenerazione spirituale che accomunavano gran parte delle civiltà mediterranee. Oggi, in Sardegna, quando si parla delle processioni dei Misteri, quel termine viene comunemente associato agli strumenti della Passione di Cristo. La parola è rimasta. La sua interpretazione è cambiata. Ed è proprio qui che si coglie uno degli effetti più profondi della trasformazione culturale. Non occorreva impedire al popolo di continuare a celebrare i propri riti. Bastava che, col passare dei secoli, dimenticasse cosa stava realmente celebrando. Quando sopravvive la forma ma si perde la memoria del significato, il rito non viene cancellato: viene trasformato. Diventa compatibile con un nuovo sistema di valori. È lo stesso destino toccato al Carnevale. Il Carnevale, nella sua origine più antica, non era una festa nata per divertire. Era una rappresentazione simbolica del ciclo della natura: raccontava la morte e la rinascita, il passaggio dalla fine a un nuovo inizio, dal disordine al rinnovamento. Attraverso il rito, la comunità partecipava simbolicamente al perpetuarsi della vita, perché nelle antiche culture mediterranee rappresentare un evento significava contribuire al suo compimento. Non era quindi un semplice momento di svago, ma un linguaggio attraverso cui un popolo raccontava il proprio rapporto con il tempo, la natura e il mistero dell’esistenza. Una vera e propria liturgia popolare. Oggi viene percepito come una festa leggera, fatta di travestimenti, divertimento e caricatura. Ma questa è soltanto la forma più recente e superficiale di una tradizione molto più antica. Per questo le maschere non erano semplici travestimenti: erano figure simboliche legate alla morte, alla rinascita, alla fertilità e al rapporto tra l’uomo e la natura. Ogni gesto, ogni danza e ogni passaggio rituale avevano un significato all’interno di una rappresentazione collettiva del mondo. Ed è proprio qui che nasce la contraddizione. Come si può dichiararsi custodi della tradizione e, nello stesso momento, accettare senza metterla in discussione quella stessa definizione di “folklore” che riduce la nostra cultura a semplice spettacolo? Negli ultimi quindici/vent’anni, è vero, anche le nostre maschere hanno progressivamente assunto un ruolo sempre più legato alla mercificazione, al turismo e alla spettacolarizzazione. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma è davvero questo il metro con cui vogliamo giudicarle? Davvero vent’anni possono pesare più di una storia millenaria? Com’è possibile considerare più autentica la loro recente trasformazione in prodotto turistico rispetto al tentativo di restituire loro una funzione simbolica, viva, legata alla difesa della propria terra? Per secoli quelle maschere hanno incarnato l’identità più profonda del nostro popolo. Hanno rappresentato un modo di concepire il sacro, la natura, il tempo, la morte e la rinascita, oltre al rapporto tra l’uomo e la propria comunità. Se oggi scelgono di rappresentare simbolicamente la difesa della Sardegna, perché dovrebbe apparire meno coerente con la loro storia rispetto alla loro esposizione come attrazione folkloristica o turistica? Se qualcosa appare estraneo alla loro natura, forse non è il loro ritorno nella storia. Forse è proprio la loro riduzione a spettacolo. Per questo ciò che sta accadendo oggi non può essere letto semplicemente come una strumentalizzazione. Noi lo definiamo un risveglio. Perché le maschere non vengono chiamate a fare spettacolo. Scelgono liberamente di tornare a rappresentare ciò che hanno sempre rappresentato: la memoria più profonda di un popolo, il legame ancestrale con questa terra, un’identità che precede ogni conquista, ogni colonizzazione e ogni riscrittura della storia. È come se fosse la stessa anima antica della Sardegna a riaffiorare per difendere la propria madre terra. Per questo fatichiamo a comprendere l’indignazione di chi considera offensivo vedere le maschere impegnate nella difesa dell’isola e, nello stesso tempo, continua a definirle folklore o carnevalata. La vera decontestualizzazione non è il loro ritorno a un ruolo simbolico. La vera decontestualizzazione è averle convinte, nel corso dei secoli, di essere soltanto questo: folklore. Molti Carnevali della Sardegna conservano ancora oggi, spesso inconsapevolmente, frammenti di questa antica narrazione. Le diverse figure mascherate custodiscono il ricordo di un linguaggio simbolico in cui la comunità rappresentava il rapporto tra la vita e la morte, tra la fine di un ciclo e il suo rinnovamento. Ciò che oggi appare come una successione di gesti pittoreschi era, per chi lo celebrava, un modo per interpretare il mondo e riaffermare il proprio legame con esso. E, secoli dopo, ne vediamo ancora gli effetti. Molti sardi provano un disagio sincero quando vedono le maschere uscire dal contesto del Carnevale. Ma forse quel disagio non nasce dalla loro presunta decontestualizzazione. Nasce da qualcosa di molto più profondo. Quelle figure hanno conservato per generazioni un valore particolare nella coscienza collettiva del popolo. Non è mai scomparso il senso di rispetto nei loro confronti. Ciò che è cambiato è il modo in cui quel rispetto viene interpretato. Con il lungo processo di cristianizzazione e trasformazione culturale, quel sentimento di sacralità è stato lentamente riorientato. Abbiamo continuato a percepire che quelle maschere meritassero riguardo, ma abbiamo finito per credere che quel riguardo consistesse nel lasciarle rinchiuse entro i confini che altri avevano definito per noi: il Carnevale, la rievocazione consentita, il folklore. È per questo che molti avvertono un senso di profanazione quando le vedono assumere un ruolo diverso. Ma forse ciò che viene percepito come violazione è la rottura di un limite che, nel corso dei secoli, è stato costruito attorno ad essa. La sacralità di quelle figure non è scomparsa. È rimasta nella memoria collettiva, ma il luogo in cui siamo stati abituati a riconoscerla è cambiato. Così, quando qualcuno prova a restituire alle maschere una funzione simbolica, viva, legata alla difesa della terra e dell’identità, molti reagiscono con fastidio. Temono che vengano svilite, ridicolizzate, trasformate in una carnevalata quando invece sta accadendo l’esatto contrario: non è la tradizione ancestrale ad essere violata ma il recinto costruito attorno ad essa. E qui nasce il paradosso. Per difendere ciò che percepiamo come sacro, ci armiamo della forza di un termine che più ne ha oscurato il significato: Folklore. Ed è folklore quando un rito perde il proprio significato profondo e ciò che rimane è soltanto la sua estetica. Perché un’estetica privata della propria memoria, del proprio simbolismo e della propria storia rischia inevitabilmente di trasformarsi in una semplice rappresentazione. Eppure quelle maschere non sono mai state soltanto questo. Erano il modo in cui un popolo raccontava sé stesso, il proprio rapporto con la terra, con il sacro, con il mistero della vita e con il ciclo dell’esistenza. Forse non stiamo assistendo alla strumentalizzazione delle maschere. Forse stiamo assistendo, dopo secoli, al tentativo di restituire loro una voce. Perché i I simboli sono rimasti gli stessi Ciò che cambia è il modo in cui torniamo a riconoscerli: non per adattarli a un potere, ma per restituirli alla comunità che li ha generati. E forse quello che sta accadendo non è una rottura con la loro storia, forse è il tentativo di ricordarla e di ricordarci di noi stessi.
Commenti
deep❤️
Bellissima ed esaustiva spiegazione.❤️
👏💪❤️
Preciso e puntuale! Grazie
Un elogio alla nostra storia che, hanno cercato in tutti modi di oscurare, ora vogliono anche farcela dimenticare. Grazie per questa meravigliosa dedica alla storia delle nostre maschere, ed alla nostra amatissima isola.
Magnifico articolo. È ora di smetterla col "folklore". Durante la lettura mi è venuto in mente che tempo fa lessi che per attrarre turismo in alcune località della Sardegna si era organizzato un carnevale sardo fuori stagione! Sono sempre stata del parere che chi vuole conoscere la nostra cultura deve farlo secondo i nostri tempi, stagioni e riti, e non durante la settimana estiva delle vacanze. Come in antichità si celebrava un rito per propiziarsi il favore delle entità della Natura, forse sarebbe addirittura il caso di celebrare lo stesso rito per propiziare il favore delle entità dell'Isola per contrastare e annientare il vilipendio che stanno facendo subire alla nostra terra e al popolo sardo. Buona vita.
Vi seguo dalla provincia di Milano. A poco a poco la mia terra e' stata compleramente distrutta...e questo anche per colpa nostra. Non abbiamo saputo mantenere salde le nostre origini, abbiamo piano piano dimenticato le nostre antiche tradizioni , le nostre antiche radici. La Vostra Terra e' un paradiso fuori dal tempo, una Terra magica ricca di storia e antiche tradizioni che sono sicura riuscirete a mantenere vive. Anche quest'anno tornero' a visitarla, con il rispetto che merita...per rigenerarmi e pensare che non tutto e' perduto, c'e' chi ancora lotta per la propria terra. La Sardegna per me non e' solo mare cristallino e spiaggie mozzafiato; e' ben altro..e' l'antico che non vuole essere dimenticato...Non dimentichiamo mai le nostre origini e le nostre antiche tradizioni🔥 Vi sono Vicina!
Vi stavo aspettando, mancano tutti gli artisti sardi e tutti gli altri gruppi che sfilano al carnevale con le maschere tradizionali, mancano i tenores, le associazioni che partecipano agli eventi in costume,is sonadorisi de cannasa, tutti insieme, a baddai su baddu tundu, come fosse un enorme festa, molto più rumorosa di sant’efisio! La festa della rinascita e della rivoluzione sarda! Bravi!! E quando sarà tutto come deve essere eusu pura incarrerai a kistionai sa limba nosta po prima!!!
